[di Francesca Polizzi] “La terra dell’abbastanza”, opera prima dei Fratelli d’Innocenzo, ha fatto il suo debutto nelle sale cinematografiche italiane il 7 giugno, dopo il successo alla Berlinale, Festival Internazionale del cinema, che si svolge a Berlino.

I due registi si mostrano sin da subito ragazzi genuini tanto che, nell’anteprima bolognese del film, alla domanda: “Perché questo titolo?” uno dei due risponde dicendo che hanno scelto “l’aggettivo abbastanza” in quanto il loro desiderio è quello di lasciare lo spettatore libero di definire quell’abbastanza, è un titolo che è uno stato d’animo. Interviene, subito, il fratello che canzonandolo corregge l’errore, poiché “abbastanza non è nemmeno un aggettivo”.

L’ambientazione è Tor Bella Monaca, periferia di Roma che i due registi conosco bene, non lontano da dove sono cresciuti. Non è la solita storia di crimine e malavita a essere raccontata, bensì viene data voce al legame che unisce i due fratelli gemelli. È come ripercorrere un’adolescenza vissuta al limite tra il detto e il non detto, tra realtà e possibilità; a fare da filo conduttore la sottilissima differenza tra bene e male e la semplicità con la quale propendiamo verso ciò che è negativo, spesso senza rendercene conto.

Sin dalle prime scene si intuisce che la simbiosi dei registi viene trasposta nei due protagonisti Mirko (Matteo Olivetti) e Manolo (Andrea Carpenzano) che, nonostante non siano fratelli, sono da sempre amici.
Entrambi, dentro un’auto, stanno divorando un panino con voracità; alla loro età dovrebbero alimentare un’avida fame di sogni, invece ad attenderli c’è ben altro: la brama di soldi e affermazione sociale.
Investono un uomo.

Questa sarà la svolta delle loro vite, che viene definita dal padre di Manolo (Max Tortora), “il colpo grosso” che cambierà la loro misera esistenza. In un crescendo di situazioni che si complicano e di coinvolgimenti in circostanze rischiose, i due finiranno per annullare i loro sentimenti e si ritroveranno dentro un vortice che li porterà a prediligere gli istinti.
Le vicende vengono mostrate al pubblico attraverso primi piani incalzanti che inevitabilmente portano lo
spettatore a immedesimarsi con i personaggi, ma qualcosa impedisce di percepire appieno i loro stati
d’animo, c’è una barriera: l’indifferenza.
Ed è proprio l’indifferenza che i Fratelli d’Innocenzo portano in scena.
Essa rappresenta la quarta parte che la nostra società deve abbattere per riuscire a percepire e contrastare non solo la criminalità, ma ogni atteggiamento di disinteresse che possa compromettere il pieno sviluppo degli individui.

Francesca Polizzi