Efebo di SelinunteMatteo Messina Denaro viene ricercato dai «cacciatori» delle forze dell’ordine seguendo tracce particolari, quelle lasciate dalle sue «passioni», che non solo quelle per le imprese, gli appalti, o anche le donne, i belli orologi e le auto di lusso, ma sono anche quelle per l’arte e l’archeologia.

Si racconta che preziosi reperti archeologici portati via da quel sito dal «patriarca» di Cosa Nostra, siano finiti in una collezione privata di un sacerdote, ora deceduto, nella cui canonica l’anziano Messina Denaro sarebbe stato anche a lungo latitante. Un’altra parte di reperti archeologici sarebbero finiti in un «caveau» in Svizzera, anche «un’anfora d’oro da un miliardo e mezzo di vecchie lire».

Tutto questo interesse per l’arte e l’archeologia non è una novità. In alcuni «pizzini» dove racconta la sua vita, Messina Denaro scrive non a caso che con i traffici di arte di cui è specialista «potrebbe mantenersi».

Intanto c’è un processo in corso a Roma dove la sua ombra si è delineata: un dibattimento per traffici d’arte illegali, dove è coinvolto un castelvetranese «doc», Gianfranco Becchina, che farebbe parte di quella «gang» fatta da dandy ed elegantoni, che però sarebbero responsabili dei furti d’arte in Italia e in mezza Europa, commerci d’arte intrecciati con Usa e Giappone. Becchina ha un negozio in Svizzera, a Basilea, lì dentro carabinieri e polizia elvetica sono andati a trovare materiale, e fatture e un documentato archivio segreto dei traffici, anche con i «prezzi» di armi da comprare, e poi 10 mila foto di reperti archeologici. Passa dunque da Castelvetrano questa indagine «romana» sul traffico di reperti archeologici, coinvolti imprenditori, antiquari e restauratori, gli investigatori si sono mossi tra gallerie e società anche in Svizzera e negli Stati Uniti.

Per i magistrati romani Gianfranco Becchina avrebbe svolto il ruolo di «collettore dei traffici d’arte nel Meridione». Il filo scoperto unisce il Belice al «Miho Museum» di Koka: per rogatoria internazionale i «clienti» dell’imprenditore di Castelvetrano hanno confermato di essere in affari con Becchina dal 1989, ma hanno negato di essere a conoscenza dell’origine illegale degli oggetti.

Castelvetrano non si trova per caso dentro questa indagine. E qui si torna a Messina Denaro. Francesco, assoluto capo mafia della provincia di Trapani, il boss che Bernardo Provenzano andava a trovare percorrendo da solo guidando una Fiat 500 la strada che collega Corleone a Castelvetrano, fu autore negli anni ’60 del furto del prezioso «Efebo», rubato all’interno del Municipio di Castelvetrano. Anni a venire, a fine anni ’90, Matteo Messina Denaro aveva organizzato a Mazara del Vallo il furto del «Satiro Danzante» appena recuperato (marzo 1988) dal peschereccio «Capitan Ciccio» nel Canale di Sicilia, e che veniva tenuto in «ammollo» in acqua salmastra, in un edificio comunale, in attesa della partenza per Roma per il restauro. Una storia raccontata già diverse volte da quando la Polizia la “intercettò” ascoltando il racconto di un pentito durante le indagini sulla mafia marsalese.

Tutto era pronto per sottrarre il Satiro ai suoi custodi, un commando, un camion, il prezioso bronzo, che doveva finire intanto dentro una buca già scavata in un terreno, avrebbe preso direzione Svizzera, se non fosse stato se quella sera a Mazara i vigili urbani di guardia non decidevano di trascorrere la serata mangiando una pizza. Uno restò vicino al Satiro e l’altro si allontanò, si era deciso, raccontò l’ex vigile urbano di Marsala, Mariano Concetto, uomo d’onore, ora pentito, che si sarebbe atteso l’arrivo dell’altro vigile e al momento che il portone dell’edificio che ospitava il Satiro veniva aperto, avrebbero dato l’assalto a quegli sventurati per portarsi via il Satiro. Accadde invece che il vigile urbano non tornò solo, portava con se pizza e altra gente, e la «sorpresa» non fu così potere essere fatta e qualche ora dopo, la mattina successiva, la statua venne imballata con destinazione il Centro Nazionale del Restauro, a Roma. Messina Denaro perse l’affare, ci sarebbe stato già un acquirente pronto per la statua di Prassitele.

Travagliata pure la storia del furto dell’«Efebo», risale al 1962, una storia questa meno nota, quasi dimenticata. L’unico a conoscere il valore di quella statuetta era Francesco Messina Denaro, all’epoca era tenuta nell’anticamera dell’ufficio del sindaco di Castelvetrano, era chiamato «u pupu» e veniva usata come porta cappello. Una statuetta in bronzo alta 85 centimetri, trovata in località Ponte Galera di Castelvetrano nel 1882 e risalente ad un periodo compreso tra il 480 e il 460 a. C.; una volta rubata finì negli Usa per la vendita, cosa che fallì, ritornò in Europa e si fermò in Svizzera, infine il ritorno in Sicilia per assenza di acquirenti. Venne nascosto in una casa di Gibellina e per poco non restò sepolto sotto le macerie del terremoto del 1968. Quando si capì che nessuno lo avrebbe acquistato, al Comune di Castelvetrano giunse anche una richiesta di riscatto, 30 milioni di lire, una cifra esorbitante per quegli anni. Il 14 marzo del ’68 venne recuperato dalla Polizia a Foligno, in Umbria.

Custode di quella statuetta era il campobellese Leonardo “Nanai” Bonafede, allora 36 enne, oggi settantenne, e capo della cosca, tra i 13 arrestati dell’operazione «Golem»: lui i Messina Denaro continua a non tradirli.
Con i mano poi i libri di storia dell’arte nel 1993 Matteo Messina Denaro scelse gli obiettivi dei monumenti per gli attentati di Roma, Milano e Firenze. Nell’operazione «Golem» c’è quest’altro filo che riemerge, i poliziotti a Roma sono andati a perquisire la casa di un soggetto indagato per quelle stragi, per avere occultato il tritolo, rimase però fuori dai processi. Anche lui, un “colletto bianco”, è della cerchia degli amici di Matteo Messina Denaro.

Rino Giacalone
per AntimafiaDuemila