Pasquale CalamiaLa “zona grigia” della mafia trapanese trova un nuovo ostacolo alla sua sopravvivenza. Gli è stato posto contro dall’ordine degli architetti della provincia di Trapani.

Un professionista iscritto all’ordine che viene indagato anche a piede libero per i reati di associazione mafiosa, concorso esterno o per qualsiasi reato cui però la magistratura contesta l’aggravante del favoreggiamento alla mafia, ha l’obbligo di comunicarlo al proprio consiglio direttivo che poi assumerà le conseguenti decisioni (per esempio eviterà di indicare il nominativo per commissioni edilizie e commissioni di collaudo); se l’iscritto non rispetta l’obbligo della comunicazione e la circostanza poi diventi nota scatteranno le sanzioni, come quella della sospensione.

Il presidente dell’Ordine degli Architetti Vito Corte ha mandato un segnale chiaro. E lo ha fatto a pochi giorni da una vicenda tutta da chiarire ma la cui matrice mafiosa sembra essere certa. E’ di pochi giorni addietro l’attentato incendiario subito dall’arch. Pasquale Calamia, castelvetranese, capogruppo del Pd al Consiglio comunale. Qualcuno dopo avergli bruciato mesi addietro l’auto, adesso gli ha ridotto in cenere la casa al mare. Tutto questo è avvenuto nelle stesse ore in cui proprio l’ordine degli architetti presentava al Teatro Selinus di Castelvetrano il premio nazionale di architettura “Mauro Rostagno” occasione buona anche per parlare del riuso che si sta facendo dei beni confiscati alla mafia. Si è parlato di Matteo Messina Denaro, il capo mafia latitante, delle sue orrende malefatte e della sua strategia di sommersione della mafia che così è diventata impresa. Mentre l’arch. Calamia lo scorso maggio intervenendo in Consiglio comunale, presente il prefetto Stefano Trotta, si era pubblicamente augurato che presto a Castelvetrano si potesse parlare della cattura di Messina Denaro. Probabilmente a questo punto il mafioso o i complici del boss hanno voluto mandare un preciso segnale, dando fuoco alla casa di Calamia.

Non c’è nulla di preordinato, non è una reazione calcolata quella dell’ordine degli architetti di Trapani, era in calendario che profittando mercoledì pomeriggio della presenza a Trapani del giornalista Nino Amadore per presentare con l’associazione provinciale antiracket il suo libro sulla “zona grigia” della mafia siciliana, venisse annunciata la modifica dello statuto dell’ordine che fino ad ora prevede sanzioni solo dinanzi ad iscritti raggiunti da ordinanza di custodia cautelare. A chi pone il problema dell’esistenza di una «zona grigia» che fornisce appoggio all’organizzazione mafiosa, cioè l’esistenza di soggetti, anche professionalmente qualificati, non per forza «punciuti» ossia ritualmente affiliati a Cosa Nostra, l’Ordine degli Architetti ha deciso di dare una risposta: non sono frasi che negano il fenomeno, c’è una precisa consapevolezza e la decisione di opporre barriere perchè a questi soggetti non sia permesso continuare ad operare.
Una strategia di attacco al fenomeno mafioso precisa. «Vogliamo potere dare un contributo – dice l’arch. Corte – perchè tutti ci si trovi a vivere in un contesto sociale più democratico e libero, spesso questo nostro consesso sociale locale è apparso arretrato. Sicurezza, bellezza, lavoro, vivibilità – ha osservato Corte – sono temi che per competenza professionale ci appartengono e sui quali vogliamo dare una precisa accelerazione proprio individuando e cancellando quegli aspetti che possono prestare il fianco alla criminalità mafiosa».

Nino Amadore parlando del suo libro e di Trapani ha racchiuso il tutto in una sintesi precisa. «Qui – ha detto – esiste una intelaiatura che ha dato forza alla mafia, composta da pezzi del potere politico e da parte di società».

Le vicende giudiziarie e processuali che riguardano il trapanese rendono chiaro questo panorama: Cosa Nostra ha potuto qui rafforzarsi nell’ambito del «do ut des» con i politici e mettendo radici nella società, ottenendo così consenso, controllandone alcune espressioni, l’imprenditoria e le professioni tra queste. «Il contesto è di quelli – ha poi proseguito Amadore – che non si può combattere solo con l’azione repressiva di magistratura e forze dell’ordine ma serve la rivolta sociale. Confindustria ha fatto un passo ma dobbiamo verificare continuamente se lì come dappertutto, dentro altri associazioni e confederazioni si fanno passi in avanti».

L’associazione antiracket con Paolo Salerno ha spiegato meglio: «Non basta solo Confindustria se poi anche altre organizzazioni e ordini o associazioni non si comportano analogamente con i propri aderenti». L’Ordine degli Architetti di Trapani ha già fatto la sua proposta, Catalano per i Commercialisti si è mostrato ieri titubante, ma non per mancanza di volontà ha semmai individuato «carenze nelle norme in vigore», ha parlato di «mani legate». Morfino, ex assessore provinciale dell’Udc, democristiano di vecchio stampo, ed ora neo presidente dell’Ordine dei Medici si è lamentato invece dei giornalisti: «Non sempre sui giornali raccontano la verità», una affermazione che ha fatto però non riferendosi direttamente a vicende di mafia, ma parlando di una recente notizia sui medici che percepivano indennità per assistiti deceduti. Ma intanto è stata l’occasione per parlare meno bene dei giornalisti che da queste parti non sono ben sopportati. Solo su sollecitazione di Amadore, il presidente Morfino non ha potuto fare altro che prendere l’impegno che non ci saranno difese per quei medici trovati a dare una mano ai mafiosi.

L’ing. Giuseppe Taddeo, dirigente dell’Utc del Comune di Castelvetrano, ha raccontato invece un fatto che gli è successo di recente, la discussione – ha detto – casuale, in piazza, con un notabile della città, che dimostra come la mafia ha facilità di trovare incredibili appoggi senza che nemmeno chieda nulla. A proposito proprio dell’attentato incendiario subito dall’arch. Calamia. Da quel notabile Taddeo ha detto di essersi sentito dire ad un certo punto del loro parlare, «ma cu ci fici fare di parlare di Messina Denaro?», ma chi glielo ha fatto fare (a Calamia ndr) di parlare di Messina Denaro?”. «Ecco – ha spiegato Taddeo – dove sta la potenza della mafia, in questo interrogativo» che comprende una risposta, non bisognava parlarne di Messina Denaro. Questo per dire che è grave che ci sia sempre qualcuno, non per forza colluso o complice, pronto a giustificare, magari per ignavia, le azioni mafiose, giustificandole con la necessità «del quieto vivere». E’ in questo contesto che Cosa Nostra riesce anche a rafforzarsi.

In uno dei “pizzini” scritti da Matteo Messina Denaro con l’alias di Alessio a quel Tonino Vaccarino che si firmava Svetonio, ex sindaco di Castelvetrano, arrestato negli anni ’90 per mafia e droga e infine solo condannato per traffico di sostanza stupefacente, che adesso ha raccontato di essersi posto a disposizione dei servizi segreti per catturare Messina Denaro, per questo intratteneva questa corrispondenza, in uno di questi pizzini il giovane Matteo ad un certo punto scrive che si continuerà a sentire parlare di lui. Vero, verissimo, continueremo a parlare di lui raccontando ogni giorno le sue orribili malefatte, le cose orride da lui compiute, gli assassini e le stragi, racconteremo di come è diventato imprenditore e gestore di grandi capitali, delle complicità di cui ha goduto.

L’architetto Pasquale Calamia non deve restare solo, il suo auspicio deve diventare di tutti: di Castelvetrano presto si deve parlare come della città che ha visto arrestare il suo boss latitante e non della città da dove Messina Denaro governa il potere mafioso. Boss, complici e zona grigia sono avvertiti.
Rino Giacalone