Il Sindaco della città di Castelvetrano, Avv. Felice Errante, desidera comunicare il suo compiacimento per il ritrovamento, ad opera del Dr. Vincenzo Maria Corseri, consulente per le attività culturali della Civica Amministrazione , di tre lettere autografe di Giuseppe Garibaldi indirizzate al castelvetranese Fra’ Giovanni Pantaleo, patriota e cappellano dei Mille.

Le tre missive, cui se ne deve aggiungere una quarta,indirizzata sempre a Pantaleo, di Stefano Canzio (genero di Garibaldi e figura di rilievo nella spedizione garibaldina), fanno parte del prezioso lascito documentario e librario alla Città di Castelvetrano Selinunte da parte degli eredi dello storico e drammaturgo castelvetranese Gianni Diecidue, che comprende diverse centinaia di volumi, decine di manoscritti, alcuni importanti documenti storici sulla cultura siciliana e molte lettere di storici, intellettuali e letterati con i quali lo studioso ha intessuto, fin dagli anni giovanili, una fitta corrispondenza: basti citare il nome del grande storico e politico antifascista Gaetano Salvemini (di cui il Fondo custodisce ben sette lettere) o quello di Armando Borghi, giornalista ed esponente di spicco del pensiero anarchico in Italia.

lettere garibaldi castelvetrano

Parte di una delle tre missive

I suddetti documenti, a breve, saranno esposti in via permanente presso i locali dell’Archivio Storico “Virgilio Titone” della Città,che ospitano già la mostra dal titolo “Il cammino di Garibaldi: Castelvetrano e Partanna percorrendo la strada provinciale Zangara dei Prefetti Amari”: un’iniziativa che intende rivalutare il ruolo fondamentale che la città di Castelvetrano, insieme a Partanna e agli altri Comuni di Sicilia, ebbe nel sostenere la spedizione dei Mille.


FRA’ GIOVANNI PANTALEO

Castelvetrano, 6 agosto 1832 – Roma, 3 agosto 1879 – fonte. wikipedia

FRA' GIOVANNI PANTALEOGiovanni Pantaleo proveniva da una famiglia di assai modeste condizioni sociali ed economiche, che pure volle avviarlo agli studi: suoi primi maestri furono i fratelli Pappalardo, di principi liberali e che ebbero parte attiva nei moti del Quarantotto per poi essere destinati all’esilio a Favignana e a Pantelleria. A sedici anni Giovanni Pantaleo si fece frate dell’ordine dei Francescani Minori Riformati e, dopo un anno di noviziato, frequentò il convento di Salemi dove ebbe come maestro, fra gli altri, Benedetto D’Acquisto Benedetto D’Acquisto, il celebre filosofo futuro arcivescovo di Monreale. A ventidue anni fu ordinato sacerdote. Conseguì poi una laurea in Filosofia e una in Teologia, e per qualche tempo fu incaricato di insegnare filosofia morale. Ma quel che emerse abbastanza presto, fu soprattutto la sua vena oratoria, un’innata e potente capacità di infiammare dal pulpito le masse dei fedeli; e quanto sarebbe giovata questa sua attitudine alla causa garibaldina!

Aderì coraggiosamente alla spedizione dei Mille poco dopo lo sbarco a Marsala, in un momento di assoluta incertezza sugli esiti dell’impresa. Scrive Abba nella sua Storia dei Mille: «E quel giorno fu veduto giungere in Salemi un giovane monaco, raggiante di quell’allegrezza che ognuno ricorda d’aver letto in viso ai sacerdoti del ’48 […]. Quel monaco si chiamava fra Pantaleo. Era un bello e robusto giovane di forse trent’anni, e parlava come se fosse uscito allora da un cenacolo miracoloso, donde avesse portato via il fuoco degli apostoli nell’anima e nella lingua. Piacque ma non a tutti». Comprensibile era infatti la diffidenza da parte di chi, nella Chiesa di Pio IX, vedeva ormai da anni un’ avversaria della causa unitaria.
Giovava infatti, e molto, alla causa nazionale, quel basso clero siciliano così infiammato di sentimenti liberali e unitari, così diverso dal mondo ecclesiastico della penisola; e di quella diversità Garibaldi forse cominciò ad accorgersi proprio grazie a fra Pantaleo, la cui figura venne immediatamente associata a quella di Ugo Bassi, compagno d’armi di Garibaldi, che era morto fucilato dagli austriaci il 4 agosto del 1849. «Ugo Bassi? Ma, sapete bene chi fosse Ugo Bassi?» chiese il generale, secondo il racconto autobiografico di Giuseppe Bandi (I mille). Rispose allora Pantaleo: «Era un uomo che seppe seguirvi nella battaglia e seppe morire da forte». Garibaldi quindi avrebbe insistito: «Sì è vero, ma vi sentite voi il cuore di fare altrettanto se occorre?». E Pantaleo, passando dal voi al tu: «Giuseppe Garibaldi, non disprezzare questa mia tonacella, perché ti dico, in verità, che sarà più salda della tua corazza; non disprezzare questa croce, perché vedrai che balenerà più terribile fra i nemici che la tua scimitarra».

Per le sue benemerenze patriottiche il re Vittorio Emanuele, gli concesse più tardi (21 giugno 1861) la Croce di Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro, ma questa notizia, forse per la straordinaria umiltà del frate, si diffonderà solo dopo la sua morte.

Intanto Giovanni Pantaleo cercava di organizzare un’associazione di uomini di chiesa di tendenza patriottica (“Associazione Emancipatrice del sacerdozio italiano”), suscitando reazioni che alla fine lo portarono a lasciare la tonaca, anche perché aveva elaborato un progetto scismatico volto a costituire una sorta di “Chiesa del Popolo”.
Nel 1862 vediamo il nostro Giovanni partecipare alla spedizione di Aspromonte (per cui subì anche un breve arresto) e poi raggiungere Garibaldi nella fortezza di Varignano, assistendolo durante l’operazione per estrargli la pallottola dalla gamba e quindi accompagnare il generale a Caprera.
Ritroviamo ancora il nostro intrepido ex frate nel Tirolo, sempre con Garibaldi, durante la III guerra d’Indipendenza, col grado di sergente; a Mentana, nel 1867; a Digione, col grado di capitano, sempre accanto al generale, durante la guerra franco-prussiana.
Successivamente Giovanni Pantaleo si trasferì a Roma, dove visse in grandi ristrettezze, con la madre, la sorella Filippa, e la famiglia che si era creato, avendo sposato a Lione, il 22 giugno del 1872, Camilla Vahè.
Garibaldi, in una lettera da Caprera del 13 ottobre 1866 scrisse: «Pantaleo è la personificazione del progresso italiano, morale e materiale».