Giacomo Moceri

Giacomo Moceri

A 48 anni esatti dal terribile terremoto che nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 colpì una vasta area nella Valle del Belice, provocando circa 400 morti ed oltre 70.000 sfollati, desideriamo portare l’attenzione dei lettori ad un lavoro realizzato da Giacomo Moceri.

Nella tesi di laurea del giovane castelvetranese, che porta il titolo “Raccontare fotografando: i fotoreportage di Ferdinando Scianna dal 1967 al 1982”, un paragrafo è dedicato al servizio fotografico realizzato fa Scianna, allora esordiente, per le pagine de “L’Europeo”. Oggi, Scianna è considerato uno dei fotografi italiani più stimati al mondo.

Segue un estratto della tesi di Giacomo Moceri

Nel numero del 25 gennaio 1968 L’Europeo pubblica un inserto speciale a colori nel quale sono raccolte le drammatiche immagini e i racconti di coloro che la notte del 15 gennaio avevano sentito, nei paesi della Valle del Belice, la terra tremare sotto i loro i piedi.

È questo uno dei primi servizi per Scianna, agli inizi della sua carriera come fotografo per il settimanale. Il servizio, a cura di Gianluigi Melega, Nerio Minuzzo, Franco Pierini, Enzo Luceri e dello stesso Ferdinando Scianna, per il modo in cui è impaginato conferisce un peso notevole alle immagini. I due concetti di pausa e di flusso, infatti, si alternano, con lo scopo di raccontare, focalizzando l’attenzione sulle immagini delle macerie e sui volti dei superstiti, la drammatica realtà vissuta “nel quadrilatero della disperazione, della paura e della miseria” , ovvero tra Montevago, Gibellina, Santa Margherita Belice e Poggioreale.

tesi terremoto belice

Le immagini, stampate in grande formato, sono eloquenti: le case sono crollate, interi paesi sono stati rasi al suolo, la gente ha fame, il freddo può essere combattuto solo con qualche piccolo falò, le operazioni di recupero dei corpi tra le macerie sono tutt’altro che semplici e anzi implicano un notevole sforzo da parte delle autorità competenti, tanto da accentuare il forte senso di rabbia provato da chi invece è rimasto in vita, perdendo però tutto.

Un medico veterinario di Santa Margherita Belice racconta a tal proposito che, mentre le autorità sono impegnate a cercare di recuperare i morti dalle macerie, nessuno si preoccupa dei vivi, che lottano costantemente contro la fame e soprattutto contro il freddo. Gli aiuti, infatti, tardano ad arrivare e talvolta si rivelano insufficienti o inadeguati. Le immagini raccontano anche di bambini che ricevono per la prima volta dopo due giorni qualche sorso di latte, di anziane signore che ringraziano umilmente per aver ricevuto anche solo un frutto, di povera gente che ha perso la casa e si raduna attorno a un falò, di uomini che camminano tra le macerie delle case sperando invano di ritrovare la propria.

Un’immagine in particolare, tra le tante, può rende l’idea della drammatica situazione vissuta dalla gente colpita dal terremoto, di fatto abbandonata a se stessa. È l’immagine di un contadino di Montevago che, ricevuti dai carabinieri viveri e coperte, ha caricato tutto sul mulo per portarli ai familiari, accampati in un terreno di loro proprietà a due chilometri dal paese. Un’immagine, questa, che descrive benissimo l’indole del tipico contadino siciliano, “paziente e silenzioso, tenace nella capacità di soffrire, nato con la vocazione di sopportare ogni pena”. Dopo la tragedia, sono passati due giorni prima che lo Stato si accorgesse che tre comuni erano stati completamente rasi al suolo, che migliaia di case erano crollate e che centinaia di persone avevano perso la vita. Gli inviati de L’Europeo sono tra i primi ad arrivare sul posto la mattina successiva al violento terremoto e, stando a diretto contatto con la gente, raccolgono significative testimonianze che esprimono dolore, disperazione e tanta rabbia.

Noi crediamo che questa seria rabbia piena di dignità dei siciliani non si placherà con sottoscrizioni e catene della solidarietà alla maniera di sempre. Nei discorsi con loro, anche con i più umili, i meno informati, i più anziani, abbiamo sentito che tutto in una volta è esploso il risentimento per ciò che finora i siciliani non hanno avuto e che gli era dovuto. Se le autorità dicono che si tratta di zone «eccentriche» e «difficilmente accessibili» qualcuno di loro, con parole che riflettono l’ironia della disperazione, domanda: «Vossìa non sapeva che le nostre strade erano così?». Così antiche, incredibili, intransitabili: quattro ore a guidare svelti per fare i centoventi chilometri da Palermo a questi posti con le ottime automobili che la grande industria italiana costruisce. Le costruisce per quali italiani? Per quale Italia? Non certo per tutti e non certo per tutto il Paese.
Il terremoto è una sempre una tragedia, ma in questo caso ancora più tragica è la realtà su cui si è abbattuta. La tragedia diventa quindi l’occasione per alzare la voce, per urlare tutta la disperazione, come fa il vecchio abitante di Montevago, Salvatore Giordano, fotografato da Gianfranco Moroldo tra le macerie della sua casa mentre invoca il nome dei figli, che crede morti. “Se i giovani di un paese moderno hanno più paura di vivere che di morire in un terremoto, bisogna fare qualcosa in fretta e farlo meglio di quanto non sia stato fatto finora” – termina così il servizio speciale che il settimanale dedica ad una paurosa tragedia nella quale hanno perso la vita più di duecento persone. Sei mesi dopo Franco Pierini e Ferdinando Scianna tornano nei luoghi colpiti dal terremoto e documentano una realtà ancor più tragica.

sciannaNei vivi c’era tutto il dolore, tutta la paura, tutta la rabbia del mondo. La rabbia c’è ancora oggi, ce n’è di più. Ogni paese della geografia del terremoto ha le sue dieci storie delle promesse non mantenute, delle offese subite, degli sfruttamenti patiti.

Le promesse di aiuti economici, infatti, non sono state mantenute, i politici ci speculano su, promettendo un impegno concreto nel far arrivare le duecentomila lire per famiglia promesse in cambio di un voto per le elezioni amministrative e dei quattro miliardi di lire della RAI neanche l’ombra. In più, da Milano e da Torino c’è chi fa della gratuita ironia dicendo che i siciliani hanno inventato il mestiere del terremotato, rimanendo immobili ad aspettare gli aiuti dello Stato. C’era chi, prima del terremoto, sognava la nascita di un paradiso turistico, con Selinunte, Segesta, il folclore siciliano e i bagni al mare a dicembre. Il sogno è stato spazzato via in maniera inesorabile. L’unico turismo che di fatto si è creato è quello di chi va a vedere come si vive nelle tendopoli di Partanna, Santa Ninfa e Castelvetrano a sei mesi di distanza dalla notte del 15 gennaio. Con il sopraggiungere dell’estate le condizioni di vita sono peggiorate: l’afa, la promiscuità, gli insetti, il caldo le rendono disumane. All’interno delle tende le temperature sfiorano i sessanta gradi.
Su tutto si agita un potere lontano, misterioso, ingeneroso: vietato costruire, ricostruire, riparare abitazioni, prima che sia consentito dagli organi competenti. […] Dopo sei mesi siamo a un dialogo assurdo fra cittadini e autorità, nel quale tutti hanno ragione, ma chi soffre non sono le autorità.
Le fotografie di Ferdinando Scianna documentano con estrema lucidità le durissime condizioni di vita alle quali sono costretti i terremotati. All’interno delle baracche il caldo è insopportabile e la gente preferisce trascorrere all’esterno, per la strada, le proprie giornate. Non tutte le famiglie, però, hanno ricevuto una baracca e più di novecento nuclei vivono nelle tendopoli. Chiaramente né le baracche né le tendopoli sono soluzioni accettabili. Dalle testimonianze raccolte da Franco Pierini emerge infatti tutta la determinazione degli sfollati, disposti a impiegare i risparmi di una vita per ricostruire un tetto sotto al quale poter tornare a vivere. Il problema è che il piano regolatore non arriva, le autorità competenti si rimbalzano tra loro la responsabilità e la povera gente si sente sempre più abbandonata a se stessa. A Partanna, racconta Pierini, la gente chiama Lager le tendopoli e per di più un ufficiale della polizia voleva recintarle col filo spinato. In questi primi due servizi presi in esame, Ferdinando Scianna, ancora agli inizi della sua carriera, ha modo di seguire i giornalisti de L’Europeo e contribuisce con le sue fotografie a documentare e a raccontare la tragica realtà del terremoto e delle sue conseguenze. Lavorare al fianco dei colleghi giornalisti gli permette di crescere molto dal punto di vista professionale e di imparare il mestiere del giornalista.