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Avvisati da una fonte confidenziale, due anni fa, a Bagheria, i carabinieri arrivarono ad un passo dalla cattura del superlatitante Matteo Messina Denaro. Il boss trapanese viaggiava a bordo di un fuoristrada di colore scuro, con i vetri oscurati, guidato dal proprietario di un noto ristorante della zona, ma i militari che avevano predisposto il posto di blocco vennero ingannati dall’auto di staffetta, un fuoristrada identico al primo, che davanti ai carabinieri speronò un’auto creando un diversivo, e consentendo così la fuga all’ultimo dei boss stragisti rimasto in libertà.

L’episodio, con altri dettagli investigativi, segnalato al generale Giampaolo Ganzer, allora comandante del Ros, è uno dei nuovi elementi di indagine contenuti nei due esposti presentati dai marescialli dei carabinieri Saverio Masi e Salvatore Fiducia, che hanno denunciato i loro superiori gerarchici, accusandoli di avere intralciato le indagini finalizzate alla cattura di Bernardo Provenzano e Messina Denaro.

SONO SEI gli ufficiali della caserma Carini (e due di essi da entrambi i sottufficiali) denunciati dai colleghi per una serie di reati gravi che vanno dal concorso in associazione mafiosa, al favoreggiamento personale aggravato dall’art. 7 e all’omissione di atti di ufficio. Masi e Fiducia sono stati ascoltati nei giorni scorsi dal procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi al quale hanno raccontato anche altri episodi non contenuti negli esposti e che potrebbero riaprire capitoli già definiti della lotta alla mafia di questi anni, riscrivendone la dinamica, a cominciare dalla mancata irruzione, tuttora misteriosa, nel covo di Riina in via Bernini, il 15 gennaio del 1993.

Così come incredibilmente profetica appare la segnalazione dei casolari di Montagna dei Cavalli, con le relative foto consegnate ai superiori, fatta dal maresciallo Fiducia nel 2001 grazie alla fonte Mata Hari, cinque anni prima che in quegli stessi luoghi sarebbe stato cattutato Bernardo Provenzano, nel 2006. Nel suo esposto, oltre a denunciare ripetuti episodi di intralcio alle indagini, con l’invito esplicito a non occuparsi dello sviluppo degli spunti investigativi finalizzati alla cattura dei due latitanti, Masi segnala anche che a casa di un consigliere provinciale Udc, Giovanni Giuseppe Tomasino (arrestato per una storia di appalti truccati), uno degli ufficiali da lui denunciati omise di sequestrare il personal computer dell’uomo politico.

Masi nel suo esposto scrive di aver saputo “che a casa del Tomasino si trovava un computer, al cui interno erano presenti documenti relativi sia alla gara d’appalto richiamata, oltre a documenti ricattatori e scottanti riguardanti l’Onorevole Salvatore Cuffaro”. Naturalmente il sottufficiale denunciò il tutto ai superiori, compresi “gli atteggiamenti e i modi esageratamente confidenziali tra il capitano dei carabinieri che condusse l’operazione ed il Tomasino”, ma la sua denuncia rimase, anche in questo caso, senza esito: “Il sottoscritto – scrive Masi – ha saputo da altri colleghi che sono stati avviati accertamenti sul capitano e sulla moglie dello stesso, la quale avrebbe percepito dei compensi per delle perizie professionali, per le quali si sarebbe prodigato anche l’On. Cuffaro”. E senza esito è rimasta anche la segnalazione al Ros della fuga spericolata di Messina Denaro dal posto di blocco di Bagheria. Sull’episodio Fiducia ha consegnato al Ros una relazione, e dopo “lo scrivente è stato nuovamente contattato da personale del Ros, che ha detto di avere parlato di quanto riportato nella relazione direttamente con il Gen. Ganzer, e che questi aveva dato disposizioni in merito”. Con quali esiti, adesso, è lo stesso Fiducia a chiederlo nel suo esposto alla Procura.

DOMANI Masi è chiamato nel processo di appello in cui è accusato di avere falsificato un foglio di servizio per evitare di pagare una multa di cento euro, un’accusa da lui sempre negata e che considera il frutto di una ritorsione. “Lascia sgomenti – ha detto il suo legale, l’avvocato Giorgio Carta – che un militare che ha dato tanto allo Stato, sia oggi sotto processo con l’accusa di aver falsificato un atto al solo fine di far annullare un verbale del codice della strada”.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza – 7 luglio 2013

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Fonte. http://www.antimafiaduemila.com