don-leo-di-simoneFra tutte le feste celebrate dalla cultura occidentale solo il Natale ha conservato il fascino irrazionale della poesia, probabilmente perché la sua celebrazione, anche se ridotta in molti luoghi ed in molti contesti in termini “laici”, ossia non strettamente cristiani, conserva intatta, nei suoi simboli, nelle svariate tradizioni che ad essi si legano, la forza comunicativa di un messaggio che supera la stessa intenzione umana; un messaggio che superando i limiti della ragione parla alla dimensione più nobile dell’uomo, quella più nascosta e dimenticata, specie in tempi di baccano mediatico come i nostri: l’anima.

Natale è la festa in cui ritroviamo il paradiso perduto della nostra infanzia, dell’infanzia dell’umanità, dell’infanzia del mondo presente e futuro; un mondo diventato serioso e prosaico, allergico alla poesia considerata inutile esercizio di attitudini puerili. Ed anche quella poesia che la nostra contemporaneità dice di produrre altro non è, se la osserviamo bene, che prosa scandita in strofe, esercizio concettoso di ragionamenti astratti dove il simbolo, l’immagine, la cadenza ritmica del narrare restano fuori dalle porte della percezione umana che Dio ha invece creato per comunicarsi come Mistero, per dirsi carnalmente nel Figlio, per farsi sentire totalmente nel suo Spirito.

Il messaggio del Natale non è rivolto ai sapienti e agli intelligenti “secondo la carne”; è rivolto ai piccoli e ai semplici che il Vangelo individua nella categoria dei “bambini”. Non a caso l’attuale cultura consumistica e capitalista ha puntato sui bambini come referenti privilegiati dei suoi scopi commerciali non comprendendo che è proprio lo “spirito d’infanzia” che consente la comprensione più vera del Mistero del Natale il cui nocciolo consiste non in un momentaneo raddolcimento romantico dell’animo umano ma nella “rinascita umana”, nella metamorfosi dell’umanità: Dio si fa uomo perché l’uomo diventi Dio.

Natale come festa della rinascita, possibilità di farsi bambini, condizione essenziale, secondo l’ammaestramento di Gesù, per entrare nel Regno dei cieli. Ecco perché i bambini vigilano attenti a Natale; sanno che è la loro festa, la festa di una umanità non ancora compromessa con la malizia del mondo, una umanità luminosa e limpida non ancora contaminata dalle oscure trame del male, non sporcata dalle brame di possesso, di dominio, di concupiscenza, non ancora assediata dalle tenebre il cui compito, stando al prologo del vangelo di Giovanni, è quello di soffocare la luce.

E’ anzitutto in termini di luce che si dice la poetica del Natale! I bambini non sperano solo in qualche strenna da trovare in un camino; credono al mattino dopo la notte, al nuovo giorno, alla gioia d’esistere: ci credono per noi, ci sono d’esempio, ci conducono per mano a contemplare la luce della stella che improvvisamente appare in un cielo ormai troppo buio; ad attendere il mattino dopo la notte, il giorno nuovo dell’umanità ove splende il “sole di giustizia” che sta, fisso, che non tramonta! Per questo motivo si scelse, nella cristianità iniziale, l’evento cosmico e simbolico del solstizio d’inverno, tra il 24 e il 25 dicembre, che per la civiltà romana era la data in cui si festeggiava il sole invincibile: natalis solis invicti!

Nel simbolismo primordiale il sole è segno di vita, “luce della terra”, ma è anche il segno dell’uomo. Come nel suo corso annuale il sole muore e rinasce, così anche l’uomo ha il suo “anno”, muore e risorge. Questo significato conferì, per gli antichi, al solstizio d’inverno il carattere di “mistero”: la forza solare discende nella terra, nelle acque in cui, nel punto più basso del suo corso, sembra immergersi per ritrovare nuova vita. “Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge” asserisce poeticamente il Benedictus lucano facendosi interprete di una fede per cui la nascita del Bambino fu avvertita come il compimento della creazione dell’umanità.

Nei paesi germanici, l’albero della Genesi venne raffigurato come un abete carico di mele rosse, quasi per dire che Gesù aveva restituito all’umanità ciò che Adamo aveva perduto: avrebbe piantato un altro albero, quello della croce, carico di frutti; frutti che Paolo sintetizza, scrivendo a Tito, in “sobrietà, giustizia, pietà in questo mondo”. In tale brano (Tt 2, 11-14) che si proclama liturgicamente alla Messa della notte di Natale, Paolo sottolinea la “tenerezza” di Dio che con l’incarnazione del Figlio fa “apparire” la sua grazia “apportatrice di salvezza per tutti gli uomini”: è la sua epifania, nel segno della visibilità, “manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo”.

Una gloria, però, non secondo le aspettative prosaiche degli uomini ma secondo lo stile poetico di Dio. Una gloria che trova nel legno-albero della croce la sua manifestazione più piena e nel legno-culla del presepe-mangiatoia la sua anticipazione simbolica. Non si può capire il Natale senza la poesia del presepe, senza la magia ammaliante dei racconti evangelici sulla nascita del Salvatore. Lo capì bene Francesco d’Assisi che ne fu l’inventore.

Luca ha tradotto in immagini poetiche cariche di emozioni ciò che Giovanni ha espresso in termini simbolici. Luca drammatizza nella mitizzazione dei fatti della nascita del Salvatore il concetto che “la vita era la luce degli uomini”; che “la luce brilla nelle tenebre e le tenebre non la compresero” (Gv 1,5). Dio si fa uomo, ma gli uomini non hanno spazio per lui nella loro società né nel loro cuore. E’ costretto a trovare rifugio in una landa di pastori, in una stalla, tra gli animali. Il presepe annuncia l’umiliazione della croce, ma con la formidabile carica di speranza che un bambino che nasce ispira al cuore degli uomini. Il simbolo della mangiatoia, del presepe, contiene la promessa di una nuova era, la nascita di un nuovo ordine delle cose, secondo la profezia di Isaia che vede il vitello ed il leone pascolare insieme in santa pace.

E’ talmente forte questa convinzione che ancora oggi si percepisce tale novità col porre nei nostri presepi l’asino e il bue, anche se la loro presenza nei miti del Natale è dovuta all’interpretazione degli Apocrifi: non ci sono più animali puri ed impuri che il bue e l’asino rappresentavano ma tutto il creato è pacificato in Cristo. La nascita di Gesù non è più vista solo come un momento della storia dell’umanità in cammino verso la liberazione finale, ma come un ritorno del cosmo intero al suo stato di armonia originaria tra gli uomini, gli animali, il creato.

La luce del mistero salvifico che il Natale simbolizza ha uno splendore universale. E’ per tutti gli uomini, per tutti coloro che cercano Dio almeno nel desiderio di una novità veramente tale nell’ordine delle cose. Il mito dei Magi, infatti, non ha uno specifico cristiano. Emerge qua e là sin dalla notte dei tempi, in Cina, in India, in Persia, nel Tibet, nel Sudan, in Palestina; inserito magistralmente nello stringato racconto di Matteo esprime la dimensione planetaria del giovane cristianesimo oltre alla profonda convinzione che il cristianesimo ha una vocazione universale. Ma i simboli contenuti nel racconto dicono ancora di più: la manifestazione della Trinità nell’incarnazione secondo i Padri greci.

Secondo il significato dei tre doni portati dai Magi: si tratta piuttosto dei doni di Dio all’umanità e non viceversa. Nell’oro gli antichi hanno simbolizzato la ricchezza della creazione, il suo alto valore di dono. L’oro è manifestazione del Padre creatore e signore del cielo e della terra. Così come l’incenso non è profumo da offrire a Dio; Dio non ha bisogno di profumi. L’incenso che in tutte le culture ha valenza di essenza purificatrice è il simbolo della nostra purificazione quando siamo davanti a Dio per rendergli culto. E’ il profumo del Figlio Gesù, il dono del suo profumo che è l’unico gradito al Padre, il profumo del suo sacrificio “di soave odore”, la sua liturgia senza la quale tutti i nostri riti sono vuoti, falsi, scipiti, inodori. E la mirra: dono medicinale dello Spirito che Padre e Figlio “spirano” sull’umanità piagata; quel dono che da sempre si scambiano e che sulla croce divenne efficacia sacramentale che ancora dura: non potè essere unto con mirra il corpo del Crocifisso per cui il suo simbolizzare è vuoto come il sepolcro e non ha senso se non in ordine alla risurrezione. Il dono per la morte è simbolo di vita. Ogni simbolo non vive senza la sua metà e la poesia non ha logica.

E’ nel Bambino che i doni si apprezzano, nel suo Natale si impreziosiscono; nella piccolezza di Gesù Bambino mostrano la loro divina grandezza. Non possiamo dargli nulla che lui non ci abbia già dato. Lo comprese bene santa Teresa di Gesù Bambino che nel suo splendido testo Il divino piccolo mendicante di Natale descrive i doni per il Bambino con i simboli che la tradizione cristiana ha utilizzato per le azioni sacramentali. I santi comprendono appieno la poesia del Natale!

Il Natale rappresenta per noi un’occasione che non possiamo lasciarci sfuggire. Non un’occasione stagionale di cui ci dimentichiamo già il 26 di dicembre. Un’occasione per la vita, un’occasione antropologica direi! Perché può sembrare fatuo ai giorni nostri, con una crisi epocale che ci attanaglia senza scampo, parlare di poesia. Ma è la poesia di Dio, la poesia del suo “fare” in nostro favore. Una ricetta per superare le crisi umane che altra origine non hanno se non nella dimenticanza di Dio. Il suo messaggio è rivolto ancora “agli uomini di buona volontà”, per l’avvento di una pace vera che non si attua senza giustizia. Il messaggio di Dio è chiaro: attuare la giustizia tra il genere umano. Non possiamo dimenticarci dei poveri che sono la maggioranza del genere umano. E non serve a nulla fargli qualche regaluccio a Natale. I poveri hanno bisogno di giustizia sempre. La loro dignità è talmente grande che il Figlio di Dio non è nato tra i potenti e i prepotenti; si è voluto fare povero, e tutta la sua vita è ancora dedita al servizio dei poveri.

Il Natale non è un semplice augurio; è un monito! Un monito per i potenti di questo mondo, per i governanti, i politici, i legislatori, gli amministratori della cosa pubblica: attuino la giustizia in favore dei poveri. Un monito per la Chiesa, un impegno per tutti i cristiani: farsi difensori dei poveri, proclamare a gran voce il loro diritto che è il diritto del Bambino, il Figlio di Dio, fattosi povero non per scherzo. Urlare al mondo il diritto di Dio!

Questa è la poesia del Natale!