Se non è stato un miracolo, di certo si è trattato di un episodio fortunato. A raccontarla può sembrare una scena da film: il lungomare Fata Morgana di Tonnarella, io che torno verso casa, una macchina mi affianca e dal finestrino spunta un fucile. Arriva il primo sparo”.

Ma no, non era un film: quella che Rino Germanà, oggi questore di Piacenza, racconta al Festival della Legalità in corso a Villa Filippina è una storia di vita vissuta. È una storia di vent’anni fa e la scena è Mazara del Vallo, dove il poliziotto era all’epoca vicequestore aggiunto. A intervistarlo, e a fargli raccontare l’attentato subìto il 14 settembre 1992, è stata la giornalista dell’AdnKronos Elvira Terranova, che ha affrontato con Germanà anche i temi dei rapporti fra mafia e politica e le sue inchieste su Mauro Rostagno.

L’avvio del dibattito, però, è stato naturalmente incentrato sull’attentato. Sul tentato omicidio per il quale sono stati condannati come mandanti Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. “Dopo il primo colpo – ha raccontato Germanà – ho guadagnato qualche metro verso la spiaggia, con una ferita alla testa. I miei aguzzini sono scappati, ma ci hanno ripensato e sono tornati indietro per sparare di nuovo. Quando ti sparano non è come nei film: tu ti muovi per schivare i colpi, ma questi arrivano e non capisci nulla. A quel punto, aiutato dai bagnanti, mi sono buttato in acqua. La macchina è tornata per la terza volta, sparando verso di me e le persone che avevo intorno: non riescono a colpire e fuggono via per l’ultima volta”.

È una ricostruzione serena, quella di Germanà. Una ricostruzione che però lascia trasparire molto del suo ricordo: “Ho provato una strana sensazione: non avevo più la percezione dello spazio, ero un tutt’uno col cielo – ha detto -. Io sono un fortunato, altri prima di me sono stati spazzati via dalla violenza mafiosa. Quel giorno, poche ore dopo esser arrivato in ospedale, sono tornato in commissariato per provare a capire verso dove volgevano le indagini. Poco dopo mi è arrivata la chiamata dell’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino e sono stato trasferito a Roma”.
Germanà, in quel periodo, si stava occupando a Trapani dei rapporti tra mafia e politica.

“Io sono un uomo delle istituzioni e le indagini che avevo iniziato erano per me un lavoro normale: mi ero imbattuto però sulla punta di un iceberg, e il mio inconsapevole tocco ha infastidito qualcuno. Ma non voglio dare una versione della trattativa stato-mafia”, ha spiegato il questore. Che poi, incalzato da Elvira Terranova, ha parlato dell’omicidio Rostagno, per il quale ipotizzò per primo la matrice mafiosa: “Non perché fossi più intelligente di altri, semplicemente perché da sempre sono convinto che una persona viene uccisa se non c’è un conflitto. E Rostagno era una figura totalmente positiva, un uomo che viveva per il sapere, per la crescita e lo sviluppo della società. La sua attività contro la mafia per una tv locale era ormai rinomata: capii che vi era un collegamento tra le cose”. Aveva ragione: oggi dell’omicidio è accusato Vincenzo Virga.

Non è l’unico ricordo che Germanà affida al Festival Il secondo riguarda Paolo Borsellino, che lo voleva a capo della squadra mobile di Palermo. “Il sorriso di Borsellino richiamava alla mia mente la figura di mio padre. Quel sorriso sempre in viso era segno di apertura e lavorare con lui era stimolante: impostava il rapporto sul piano umano e arricchiva con la sua personalità i suoi interlocutori”.

La Sicilia, del resto, è rimasta nel cuore di Germanà. Uno degli studenti intervenuti gliel’ha anche chiesto esplicitamente: “Vorrebbe tornare a Palermo?”. “Sì, senza dubbio – ha detto Germanà -. La nostra terra diventerà bellissima, non perfetta certo, ma cambierà. Se tutti i giovani raggiungeranno la consapevolezza della loro forza, riusciranno a creare una società migliore. La mafia è destinata a finire”.
Prima dell’intervento di Rino Germanà, è stato il momento del ricordo del piccolo Giuseppe Di Matteo: l’attrice Stefania Blandeburgo ha letto uno stralcio del verbale di Vincenzo Chiodo, che si autoaccusò dell’omicidio. Gli ultimi minuti della vita del sedicenne che morì e che riuscì a sconfiggere la mafia, raccontati dalle terribili parole di uno dei suoi aguzzini, hanno raggiunto il pubblico di ragazzi, che subito dopo l’intervista sono andati a visitare l’esposizione dedicata alla memoria di Giuseppe Di Matteo, realizzata in collaborazione con il “Consorzio Sviluppo e Legalità”.

di Alessia Bellomo
per. LiveSicilia.it