«No, non amo la letteratura “antimafia”, specie alla luce dirompente dei clan di cui l’antimafia si alimenta, ritengo invece utile comprendere il fenomeno e reagire». Alla luce di quest’incipit fuori dal politicamente corretto, acquista una valenza ancora più antimafiosa la produzione del castelvetranese Giacomo Bonagiuso, che firma la regia teatrale di “Come fratelli”.

E proprio quest’opera si appresta ad essere rappresentata al teatro Biondo di Palermo – giovedì 20 aprile – dopo avere calcato importanti palcoscenici italiani.

Nato dalla penna di Giovanni Libeccio, autore ed attore partannese, il testo si tiene alla larga da ogni retorica sul fenomeno mafioso, essendo scritto, diretto ed interpretato da professionisti che a questa terra non si approcciano in modo semplicemente intellettualistico.


Nel cast spiccano i nomi di due attori protagonisti con percorsi artistici di valore: oltre allo stesso Giovanni Libeccio, è presente Gaspare Di Stefano, anch’esso castelvetranese. Mentre il commento musicale è opera di Gregorio Caimi e Debora Messina, anima e voce della band marsalese “I Musicanti”.

Passando alla messa in scena, il racconto alterna le vite di Andrea e Salvo. Due ragazzi, due amici, due siciliani. Uno figlio di boss, l’altro di famiglia modesta e rispettabile. Entrambi interpreti di prospettive diverse sulla mafia.

Mediante una serie di flashback, le storie di Andrea e Salvo si dipanano parallelamente. Dopo l’uccisione del padre mafioso, Andrea fugge. La sua rabbia è pari solo all’attrazione che invece Salvo prova per gli ambienti della malavita, al cui interno trova modo di affermare il suo status. Ma i cambiamenti sono sempre alle porte, e l’equilibrio viene rotto dal ritorno a casa di Andrea.

«Questo testo parla dei ragazzini che si “annacano”, quelli del “paese” – spiega Bonagiuso a proposito dell’opera prodotta dal Teatro libero di Castelvetrano, che dirige – I ragazzini che adorano i modelli del mafioso di provincia. In questo “Come Fratelli” ha meritato la mia attenzione. L’attenzione di uno che dalla provincia non se n’è mai andato, e quando se n’è andato lo ha fatto per tornarci e scrivere, mettere in scena, produrre».

Ma l’aria di provincia è ancora così soffocante? «Qui ci “si annaca”, qui ancora, troppo spesso, una parola è troppa, qui ancora bisogna stare attenti a quell’ossequioso intercedere di una certa zona grigia che ama il peccato dell’omissione, qui forse i ragazzini non giocano più a fare i boss, ma ancora s’aggregano come clan e chi finisce vittima del branco soffoca», conclude Bonagiuso, senza però chiudere le finestre all’aria nuova, perchè comunque questo «è un osservatorio privilegiato per raccontare di Andrea e Salvo». (alte)

Alessandro Teri
per Giornale di Sicilia