[di Giacomo Bonagiuso] Tra un cunto e un altro cunto, la faccia della Sicilia ha mostrato – in una distensione temporale di migliaia d’anni – mille e mille prospettive; la storia dell’isola sembra riassumersi, in una goffa sintesi, in un mondo di occasioni, di peregrinazioni, di viaggi, di incontri.

La Sicilia s’è lasciata cambiare fin nella pelle, sin nelle parole, da pellegrini, visitatori, dominatori, erranti. Eppure gli arabi che ci regalarono la Casbah e la Cuba, la cassata e la beccafico, andarono via dall’isola come arabi siciliani, o almeno sicelioti; sicilianizzati, insomma, come tutti quelli che, in un mercato di Palermo, vadano a comprar qualcosa, e tornino a casa carichi di odori, di sentori, di scrusci, di sapori…

Che l’ospite cambi l’ospitato è storia antica se pure il dorico, sbarcato in Trinacria, divenne siceliota appunto, più a portata del nostro tufo, dell’arenaria con cui fu riscritta la classicità. Erranti, come gli ebrei di Sciacca o di Salemi, se ne andarono dalla Trinacria, lasciando Giudecche e case basse, a stipite nano, con finestrella piccola, spesso tonda, ma portarono con sé quel tratto di iperbole che il siciliano lascia bene a fondo in tutte le anime viaggianti: amaro, dolce, fiele e in-canto.

Davvero: impossibile truzzare con la terra dei tre valli, con “l’isola “, senza che la sua spesso disperata mattanza di cromie, di ferocie e di tenerezze, di mascariamenti e di liturgia, non incida su tutto e tutti. Meno forse – paradosso dei paradossi – sui Siciliani che, come in un eterno vaccino, si sono un po’ immunizzati all’aria, al sole, al mare e, fuor di retorica, a quel l’intreccio tra Gorgia e Pirandello che è l’anima stessa di quella dissidente identità che battezza ogni siciliano sin dalla nascita.

Noi, i Sicili, siamo quelli pronti a difendere l’indifendibile, tramite l’esercizio di una ragione certamente retorica, avvocatizia, disinteressata alla verità, ma attratta dall’applauso, e parimenti terrorizzata dal giudizio nella stessa misura in cui la bramosia di un palcoscenico attira la nostra spesso esile richiesta di un ascolto rivolto a noi, non alla storia che spesso non abbiamo da raccontare. Siamo quelli disposti a sembrare candide colombe mentre ci facciamo alloggio per demoni e vampiri, avvugghiuniati in questo sofisma che è la maschera, perché davvero spesso sembriamo agire per un altro, un’altra, per una platea, per una pletora, per un coro, una corale, un parentado. Epperò generosi, fino al limite dell’eccedente ospitalità, cediamo pure il letto a chi viene, basta che non voglia andarsene quando lui voglia, ma quando a noi occorra.

Siamo, i siculi, in esame perenne, mentre mastichiamo e sputiamo menefreghismo di pura facciata, siamo parallelamente quasi sempre con un occhio allo specchietto retrovisore, non tanto per capire chi osa tallonarci, quanto per controllare se passiamo con successo il vaglio dell’altrui tagliola. Eppure, a parole, allontaniamo il giudizio, quasi onnipotenti: “cu minchia mi rappresenti?”, usiamo dire dall’alto in basso. “Mi rappresenti”, non “sei”. Perché la misura sono io in quanto specchio dell’altro. Così come resta l’altro la misura di un Io anche abboffato, ipertrofico. “Abbuttatu di seri”, cioè non proprio d’acqua ma di ciò che fa da contorno alla protagonista, la ricotta; nemmeno zabbina, ma, appunto, sciacquatura. Zabbina sarebbe un “metaxù” con la sostanza (molto siciliano infilarci la parla difficile, greca, platonica!), tangenza compromettente.

Ed infatti, “ti piaci fari zabbina” significa appunto esserci in modo sì collaterale ma tangente, ‘mmiscatu, congenere alla verità o alla verosimiglianza delle cose. Verosimiglianza, già, perché in questo teatrino della coscienza siciliana, v’è anche spazio per uno smarcamento della e dalla verità. Come nel “Giorno della Civetta” di Sciascia, dove al domandare preciso dell’inquirente al panellaro: “chi ha sparato?”, secca la verità si smarca nella risposta che è un nuova domanda: “ma perché? Hanno sparato?”.
In fondo “ci sono davvero mille Sicilie, non smetteremo mai di contarle” – come scrive Bufalino, e non alcun dubbio che ciascuno potrà aggiungere o sottrarre a questo scritto ciò che Egli o Ella vuole. Perché tra specchi e merletti di certo resta che, qualunque cosa tu scriva, troverai sempre chi, comunque, l’avrebbe certamente scritto, detto e addirittura pensato meglio…

Giacomo Bonagiuso

Rubrica “La Domenica Nel Villaggio”