Percezione sociale, lavoro, economia, impresa. Sono tante le sfaccettature del servizio televisivo di La7 (“fratelli di mafia”) andato in onda un paio di settimane fa, che ha coinvolto la città di Castelvetrano.
Ma l’intervista ad un cittadino che elogia Matteo Messina Denaro e condanna la classe politica italiana, ha prodotto le prevedibili reazioni da orgoglio ferito che forse non hanno lasciato la necessaria serenità per ragionare meglio anche sul resto del servizio.

Exit intervista anche l’imprenditore che ha vinto la gara d’appalto per la costruzione del Commissariato di Polizia su un terreno confiscato alla mafia, il quale rivela di aver conosciuto Giovanni Filardo, uno dei fiancheggiatori poi arrestati, proprio nel cantiere di fronte, dove stavano costruendo l’edificio per la nuova sede del Comune. “Se era cugino di Matteo Messina Denaro me lo dovevano dire le forze dell’ordine”. Anche il cemento è stato fornito da un impianto che aveva come gestore occulto un altro fiancheggiatore rinviato a giudizio, Giovanni Risalvato. Persone per bene, secondo l’imprenditore, puntuali nei pagamenti.
Insomma, che alla costruzione di un Commissariato sui terreni confiscati alla mafia, abbiano partecipato proprio i fedelissimi di Matteo Messina Denaro, sembra un paradosso davvero singolare, davanti al quale appare insufficiente trincerarsi dietro il solito “non ne sapevo nulla”.

Nel servizio però non ci sono soltanto vecchietti che pensano che il latitante di Castelvetrano sia una persona come tutte le altre.

La giornalista di Exit fa due chiacchiere anche con Nicola Clemenza, un imprenditore che si era ribellato al prezzo imposto dell’olio e voleva creare un consorzio. A dare fuoco alla sua auto un altro fiancheggiatore, Enzo Catania, lavagista che il giorno prima dell’attentato intimidatorio gliel’aveva pure lavata. La giornalista gli chiede se si sente un eroe, lui risponde: “No. Se comportarsi come qualunque cittadino ha il dovere di fare significa essere un eroe, allora vuol dire che siamo alla frutta”.
Ma la città sembra aggrovigliata alle prime interviste che “infangano il buon nome di Castelvetrano”. E si ribella… più alla cattiva immagine della città che alla mafia.

Giacomo Bonagiuso, esperto del sindaco nella programmazione e la promozione delle attività teatrali e culturali, scrive che “Nostra cattiva maestra televisione ci ha messo a cosce per aria, sfondandoci la vagina col fallo a forma di microfono” e fa partire un progetto “1000 facce per Exit”, poi cambiato in “1000 facce contro la mafia”: un appello ad inviare un breve video col cellulare, in cui, si dica qualcosa contro la mafia. L’esperto aggiunge su Facebook: “Possibile che uno debba scatenare l’inferno in rete perché certi giornalisti stupratori siano dignitosi?
Gli fa eco Alessandro Quarrato, portavoce del sindaco: “Armiamoci e scateniamo l’inferno!”.
Il tempo di riorganizzarsi dopo un’ accesa lite tra un consigliere comunale (Calogero Martire) e il primo cittadino, divisi dai vigili urbani prima che potessero arrivare alle mani, e all’unanimità anche il consiglio comunale vota un documento in cui critica la trasmissione per aver presentato “in modo distorto la realtà della città”, condannando “fermamente la mafia e il malaffare”.

Da una radio locale parla anche il preside Fiordaliso che, inaspettatamente, fa delle sconcertanti dichiarazioni, tornando sul caso del pentito Calcara al Teatro Selinus, trattato anche da Exit:
Lo stesso Ingroia ha capito il grande equivoco in cui era caduto e il grande favore che in un certo senso lui ha fatto involontariamente a Matteo Messina Denaro, perché ha denunciato una città e una scuola castelvetranese che da tempo si erano contraddistinte col loro impegno contro la mafia”.
Ingroia però si era già espresso pubblicamente sulla questione per almeno due volte, una in quel teatro mezzo vuoto e l’altra, un mese dopo, alla presentazione del suo libro al parco archeologico di Selinunte: “Un’occasione mancata, per gli studenti e per la città” aveva detto con chiarezza.
Il preside però va avanti, affermando che il magistrato avrebbe mortificato 40 anni della sua attività contro la mafia e decenni di impegno da parte di questa amministrazione comunale, con un “sindaco che ha preso chiaramente posizione contro la mafia”.
Dopodiché “svela” che l’onorevole Centorrino “in un certo senso” avrebbe convenuto con loro su questa trappola mediatica, ordita dal Giornale di Sicilia, che il preside definisce “un giornale che è stato sempre un po’ collaterale alla mafia”.

Poi indica tra gli organizzatori del fantomatico complotto, il giornalista Umberto Lucentini: “Siccome scrive libri a Vincenzo Calcara, ha interesse che questi libri vengano venduti e che le conferenze servano a propagandare i libri”. Strano convincimento quello di Fiordaliso, su un giornalista che proprio lui qualche anno fa aveva invitato ad un convegno sulla legalità, pubblicandone il contributo.
Un preside in evoluzione, che manifesta la sua approvazione per questa amministrazione comunale che, a suo dire, avrebbe creato i presupposti per uno sviluppo sano della città, “perché l’antimafia senza sviluppo non è legalità”.
E oltre ad essere convinto che “allo stato attuale noi possiamo dire chiaramente che Matteo Messina Denaro non influisce sulla politica”, parla di giustizia mettendo l’accento sulla responsabilità dei giudici e dichiarandosi a favore della separazione delle carriere: “Occorrono due Csm, uno per i pubblici ministeri e l’altro per i giudici.

Dalla stessa radio parla anche il professore Franco Messina, referente dei progetti per la legalità ed ex avvocato difensore di Tonino Vaccarino negli anni ’90, proprio nei processi contro il pentito Calcara. L’avvocato si autodefinisce uno dei massimi studiosi di Vincenzo Calcara, affermando di averne denunciato l’inattendibilità, la falsità e la diabolicità.
Insomma, sembra di stare a sentire Vaccarino che davanti al teatro Selinus, prima della disertata conferenza, diceva ai giornalisti che Calcara è un demonio.
A nessuno viene in mente di informare i cittadini in modo corretto, magari ricordando ciò che al riguardo ha più volte dichiarato Antonio Ingroia:
Calcara, come tutti i collaboratori, è stato sentito da varie autorità giudiziarie. Lo spettro delle sue dichiarazioni è molto ampio, ha parlato di tantissime cose, alcune delle quali sono state ampiamente riscontrate e attendibili e altre non sono state sufficientemente riscontrate”.

Anche l’esperto del sindaco, Giacomo Bonagiuso, si esprime sulla giustizia e dalla stessa radio racconta di uno scambio avuto con Massimo Russo (ancora magistrato) ad un convegno sulla legalità. Pare che al suggerimento di scansare i mafiosi per strada senza aspettare che si arrivi sempre tardi coi processi, l’intellettuale avrebbe risposto orgogliosamente: “Dottore Russo, noi alle streghe, sol perché gli trovavamo un gatto nero, abbiamo fatto peggio rispetto agli stupri dei vespri siciliani. Possiamo evitare di rifarlo? Lei me li condanna in terzo grado e io giuro che non vado neanche sullo stesso marciapiede”.
Ipse dixit. Anzi, ipse Exit.

Egidio Morici
Per L’isola del 02/04/2011