“Me l’hanno rubata. Me l’hanno rubata tutta”. Giuseppe Amato, viticoltore a Marsala, racconta che la sera prima aveva lasciato il suo vigneto pronto per la vendemmia. Ma la mattina, non appena arrivato con la sua famiglia, di uva neanche un grappolo: “Ma come hanno fatto? Saranno venuti con almeno due furgoni. Saranno stati un bel gruppo, hanno fatto in una notte il lavoro che noi avremmo fatto in una settimana: 350 quintali di uva, ne avremmo ricavato circa 10.000 euro“.

Le stazioni dei carabinieri della provincia di Trapani, la più “vitata” d’Italia, vedono in questo giorno un via vai continuo di agricoltori. Tutti a denunciare la stessa cosa: ci hanno rubato l’uva.

Ogni anno si verificano episodi di questo genere – dichiara Enzo Maggio viticoltore di Petrosino – solo che quest’anno l’escalation è stata impressionante, e in campo non ci sono dilettanti, ma vere e proprie bande.

Il danno è doppio perché le viti vengono tagliate male, e le vigne vengono danneggiate anche per la stagione successiva.

Ma dove finisce l’uva rubata?

“In cantina – spiega Giuseppe Aleo, rappresentante provinciale della Cia – per questo chiediamo ai titolari delle cantine di non fare conferire uve ad agricoltori, o presunti tali, che non sono in grado di dimostrarne la provenienza”.

I produttori invocano strumenti di prevenzione dalla videosorveglianza alle ronde. “Chi può – racconta Maggio – si affida agli istituti di vigilanza, ma sono in pochi a poterselo permettere”. Giuseppe Amato spiega: “Nella nostra cantina sociale, dopo i primi furti, ci siamo organizzati in gruppi. A turno, di notte, tre o quattro tra noi girano i terreni per controllare che non ci siano strani movimenti. Una faticaccia, ma ne vale la pena. È bastato farlo sapere in giro che da un po’ di giorni sembra sia tutto tranquillo”.

dichiarazioni tratte da Repubblica.it