A Marinella di Selinunte, tra il porticciolo e la riserva (dis)orientata del fiume Belice c’è il depuratore. È lì dal 1979. E da molto tempo la gente si chiede: funziona?

Giuseppe Taddeo, ingegnere capo del Comune di Castelvetrano, città da cui dipende la frazione balneare, non ha dubbi e assicura che “il depuratore fa il suo dovere e viene periodicamente controllato”. In effetti, i controlli ci sono. Li fa l’Arpa, uno all’anno, probabilmente nel mese di settembre: a volte risulta tutto a posto, a volte un po’ meno, ma in linea di massima ci siamo.

Difficile dire cosa emergerebbe se i controlli venissero effettuati a fine luglio. Certo, la capacità del depuratore è stata aumentata, nel lontano 1987, quando furono realizzate delle opere di adeguamento che portarono la potenzialità del cosiddetto “stadio estivo” da 10 mila a 12 mila abitanti.

Ma parlare del depuratore ha poco senso, se non si parla anche di un grosso tubo sottomarino lungo 750 metri che permetterebbe di scaricare a mare le acque nere depurate. Si tratta di quello che in gergo tecnico viene definito “pennello a mare”, che però è rotto. Pare abbia una grossa falla a meno di 70 metri dalla battigia.

Si dirà: e i controlli? Ma quelli riguardano soltanto il funzionamento dell’impianto di depurazione, il pennello è un’altra cosa.

Intanto, da un quotidiano si apprende che sarebbero stati stanziati 300 mila euro “per un restyling del pennello a mare”. Curioso il termine: restyling, come se ci si riferisse ai nuovi interni di un’automobile. Insomma, un miglioramento. Probabilmente stava brutto dire che il tubo è rotto e che gli scarichi avvengono sottocosta.
Una cosa è certa: a parte la riparazione, che costa quasi quanto una nuova Ferrari “FF”, nei 200 metri a destra e a sinistra del depuratore, c’è da anni il divieto di balneazione. Ecco perché la spiaggia del Cantone non è più frequentata.

Ma si sa, il rapporto tra la borgata e i divieti di balneazione non è mai stato dei migliori. Nessun cartello di divieto infatti è mai apparso nel tratto di spiaggia dove oggi c’è la piazza in legno, nemmeno quando il foro nel molo del porticciolo era completamente aperto, regalando ai bagnanti un’acqua particolarmente “arricchita”.

La cosa più curiosa però è che il depuratore poggia su un terreno che, per quanto adeguatamente trattato, è pur sempre di natura argillosa, con tutti i pericoli che la cosa comporta. Pericoli che sembrano emergere dalle vistose crepe del muro di cinta e dai profondi cedimenti del terreno circostante.

Ma niente paura: il depuratore è controllato. Almeno sulla carta.
Si, perché in teoria nell’impianto dovrebbero essere presenti due operai al giorno (di cui uno qualificato) a coprire l’arco di 8 ore. Oltre alla presenza di un perito tecnico-chimico per 4 ore a settimana.
Un bel movimento. Almeno sulla carta.

E siccome è stato presentato un progetto per togliere il depuratore e trasformare il sito in una “stazione di sollevamento”, l’ottimismo non può che essere ai massimi livelli. Sempre sulla carta.
Già, perché una stazione di sollevamento è fatta da una o più vasche dove i reflui raccolti vengono spinti verso il depuratore. E come vengono spinti? Attraverso una o più elettropompe.

Sostanzialmente, al posto del depuratore ci sarebbe qualcosa di molto simile alle vasche di raccolta posizionate sotto l’asfalto, tra la banca e l’ingresso al porto, in via del Cantone. Un punto molto “delicato”, dove può capitare che le elettropompe non funzionino a dovere e che i reflui in eccesso contenuti nella vasche vadano a finire dentro le acque del porto attraverso uno sfioratore di piena, tingendole di verde.

Neanche a farlo a posta negli anni settanta, prima che realizzassero il depuratore, su quella spiaggia c’era un lido. Il suo nome? “Playa Verde”.

Egidio Morici