Soldi CastelvetranoIl Corriere della Sera ha dedicato una pagina intera a Messina, “da dieci giorni, caso unico nel mondo occidentale, la città è in ginocchio. Senza più mezzi pubblici. Paralizzata da uno sciopero dei dipendenti che non prendono lo stipendio dalla fine di agosto. Ultima tappa tragica d’una storia scellerata di gestione allegra di pubblico denaro…”.

L’azienda del trasporto pubblico dispone di 32 mezzi per una città che coi suoi 245 mila abitanti è la 13ma per popolazione in Italia con un territorio di 211 chilometri quadrati che si estende lungo la costa per 55 chilometri. Il Corriere, in un articolo a firma di Antonio Stella, annota che a Padova, 30 mila abitanti meno di Messina, l’azienda di trasporto pubblico mette a disposizione dei cittadini ben 205 bus.

Messina, sulla carta, potrebbe contare su 168 autobus, che però non sono in grado di viaggiare perché sono troppo vecchi (dai quindici ai venti anni, uno 24 anni).
Sicinform

I tram sono 12, ma ne funzionano la metà perché non ci sono risorse per i pezzi di ricambio. “In compenso, scrive Stella, non difettano gli autisti. Ce ne sono 340”. Il numero dei dipendenti? 682, undici per ogni bus sulla strada, secondo i conti fatti dalla Gazzetta del Sud. Che fanno?

Di sicuro fanno lievitare i costi dell’azienda, che ogni giorno perde un sacco di quattrini anche a causa del numero spaventosamente basso di utenti che pagano il biglietto (16 per cento).

Un disastro, comunque si guardi il problema, ma niente di diverso rispetto a ciò che succede a Palermo e Catania, o – per quanto riguarda le municipalizzate o le partecipate – rispetto a ciò che accade ovunque.

Non si tratta di una malattia sviluppatasi a Messina. Colpisce le amministrazioni pubbliche in egual misura. Significa che ci vogliono interventi strutturali, sostengono gli esperti. Vero, ma non è questo il punto. Significa, soprattutto, che la maniera in cui i siciliani amministrano se stessi è semplicemente ignobile.

Le città metropolitane non riescono più a pagare gli stipendi ed hanno bisogno di interventi straordinari – è il caso di Catania (un deficit spaventoso) – per sopravvivere, e a Palermo il livello delle tasse comunali ha stabilito un record italiano a fronte di un livello dei servizi pubblici pessimo.

L’analisi, impietosa, condurrebbe ad una sola conclusione: gli amministratori pubblici che i siciliani hanno scelto, sono i peggiori. Ma sarebbe riduttivo sostenere ciò. Seppure in misura diversa, le partecipate sono allo sfascio ovunque, Regione e Enti locali.

Le società partecipate regionali pesano sui bilanci della Regione in misura spropositata.

Proprio qualche giorno fa la Fiera del Mediterraneo è stata spogliata per ordine dell’ufficiale giudiziario di alcuni pezzi del suo patrimonio perché non riesce a pagare i fornitori, ed i dipendenti non ricevono lo stipendio da cinque mesi .

I nostri lettori segnalano sperperi inauditi che sarebbero stati compiuti da qualche amministratore della Fiera.

Altro caso esemplare, molto recente, la Fondazione Federico II, amministrata dai deputati regionali che compongono il Consiglio di Presidenza dell’Assemblea regionale.

Si è scoperto che con la carta di credito aziendale sarebbero stati fatti viaggi alle Maldive, pagati i debiti di gioco nei casinò e fatti acquisti nelle migliori gioiellerie e negozi di abbigliamento palermitani.

Tutto questo accade mentre a Palazzo d’Orleans il governo regionale presieduto da Raffaele Lombardo, tenta di fare passare una linea di taglio agli sprechi, semplicemente questo, ed incontra ostacoli insormontabili all’interno della maggioranza di centrodestra.

I giudizi del mondo politico grondano d’indignazione, le proteste verbali si sprecano, qualcuno urla che non se ne può più, mentre quelli che subiscono lo sfascio osservano il silenzio.

C’è chi se la prende però con Giuseppe Garibaldi e chi pensa che se fossero rimasti i borbone ce la saremmo passata meglio. La politica è geniale quando c’è da confondere le idee alla gente. Pensate un poco, riesce a farsi credere, affermando che le colpe dello sfacelo attuale siano da addebitare ai padri del risorgimento, invece che – poniamo- agli amministratori maldestri delle società partecipate o delle città metropolitane. Invocare il castigo degli uomini, e quello del Padreterno, per ladri, corruttori e intrallazzasti sparsi un poco ovunque, riesumano pagine di storia e processano i morti.

E’ evidente che questa infamia ai danni della Sicilia viene mantenuta perché c’è un sacco di gente che campa bene così come stanno le cose e quelli che campano bene dispongono di consenso popolare.

Lo sfascio non colpisce tutti, anzi. E’ grazie allo sfascio che si regala ad alcuni la bella vita e si condanna gli altri ad arrangiarsi per avere ciò che spetta.

Palermo, Catania e Messina in ginocchio. Deficit paurosi, servizi pessimi, tasse comunali alte. I siciliani non sanno amministrarsi?