Per meglio comprende la grande l’opera di land art meglio conosciuta come “Grande Cretto” bisogna andare indietro nel tempo fino alla notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, quando la valle del Belice, venne distrutta da un violento terremoto. Circa 300 vittime secondo i dati della Protezione civile, il 90% del patrimonio edilizio rurale fu definito irreparabile.

Nel 1981, il Senatore Ludovico Corrao, sindaco di Gibellina che aveva attivato un processo di costruzione della nuova città all’insegna della rinascita culturale coinvolgendo artisti e architetti dell’epoca, chiama ad offrire il suo contributo Alberto Burri.

«Quando andai a visitare il posto […], il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Una stradina tortuosa, bruciata dal sole, si snoda verso l’interno del trapanese fino a condurci, dopo chilometri di desolata assenza umana, ad un cumulo di ruderi.

Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l’idea. […] Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest’avvenimento. Ecco fatto!» (Alberto Burri, 1995)

Grande Cretto

Burri progettò un gigantesco monumento della morte che ripercorre le vie e vicoli della vecchia città: esso infatti sorge nello stesso luogo dove una volta vi erano le macerie, attualmente cementificate dall’opera di Burri. Dall’alto l’opera appare come una serie di fratture di cemento sul terreno, il cui valore artistico risiede nel congelamento della memoria storica di un paese. Ogni fenditura è larga dai due ai tre metri, mentre i blocchi sono alti circa un metro e sessanta e ha una superficie di circa 8000 metri quadrati, facendone una delle opere d’arte contemporanea più estese al mondo. A 350m dall’opera, è possibile vedere anche i resti dei Ruderi di Gibellina.

Burri non era nuovo a questo soggetto già riprodotto in molti quadri di medie dimensioni.

È visitabile percorrendo la SS 119 nel tratto che interseca la Riserva Naturale Integrale della Grotta di Santa Ninfa, tra l’omonima cittadina e il paese di Salaparuta oppure venendo dall’autostrada Palermo Mazara dir. Mazara, uscendo per lo svincolo di Santa Ninfa, immettendosi subito dopo nella SS 119.

L’opera venne realizzata parzialmente e completata solo nel 2015.[5