crocifisso scuola

In occasione della benedizione dei crocifissi da consegnare alle scuole della Provincia di Trapani, pubblichiamo un articolo con le considerazioni di Vito Marino

Fino ad alcuni anni fa, vedere un Crocifisso appeso alla parete di un’aula scolastica o di un ufficio pubblico, dava un certo senso di sicurezza, perché identificava la religiosità, il rispetto, l’ordine; a nessuno veniva in mente che l’immagine potesse dare fastidio o fare del male.

Improvvisamente, dopo che il Tribunale dell’Aquila, aderendo alla richiesta di Adel Smith, presidente della Unione Musulmani d’Italia, aveva autorizzato la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche di Ofena, è sorto questo ingiustificato quanto increscioso problema di togliere o meno la sacra immagine dalle scuole pubbliche.

Purtroppo, come è noto, è successo un altro caso simile: la Corte Europea dei Diritti dell’uomo, su ricorso presentato, in nome della laicità dello Stato, da un’italiana Soile Lautsi Albertin, il 03/11/09, ha stabilito che la presenza dei Crocefissi nelle aule scolastiche costituisce una violazione del diritto dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni ed una violazione alla libertà religiosa.

Mentre la bandiera italiana ed il ritratto del Presidente della Repubblica, esposti in locali pubblici, rappresentano simboli dell’identità e unità nazionale, questa sacra immagine rappresenta il simbolo della nostra storia, della nostra cultura, della nostra fede.

Questo Cristo, che morì in croce per diffondere i sani principi dell’uguaglianza, della carità, del perdono, del rispetto e della tolleranza, è così fastidioso a vederlo appeso al muro?

Come mai nessun genitore protesta contro le immagini sessuali e le violenze seminate a larghe mani dalla televisione e dalla carta stampata, che influenzano negativamente sulla psiche dei giovani?


L’occidente oggi cammina verso il benessere e il consumismo; nello stesso tempo va verso il degrado morale con l’ateismo che avanza e se ne ride delle caricature sul papa e sui santi, ostacola i presepi e se il Crocefisso non c’è nelle scuole ancora meglio. Lo stesso non avviene per i musulmani, che credono ancora fermamente in Dio e nel loro profeta Maometto, che si fanno esplodere per una causa da loro ritenuta religiosa e giusta. Essi, infatti, non avrebbero permesso un simile affronto alla loro religione. In Italia, dove sono ospiti, chiedono più libertà religiosa, di seguire le loro tradizioni e vogliono fabbricate le moschee; esigono, inoltre, di abrogare parte della nostra cultura, perchè dissimile da quella loro.

L’ateismo, tanto condannato e contestato ai paesi comunisti, simbolo di un’umanità che non trova più la giusta via, sta diventando di moda, sicché il benessere, anche se limitato a pochi eletti, porta con sé questa seconda faccia della medaglia. Posso documentare questa seconda affermazione, per averlo costatato di persona negli anni immediati del dopo guerra, quando il più fortunato mangiava “pani e cuteddu”. Ebbene, quella miseria era controbilanciata da una religiosità ed una fede in Cristo inestimabile.

Chi ha raggiunto una certa età, di quegli anni conosce il duro lavoro dei contadini nei campi sotto la pioggia ed il sole dall’alba al tramonto, con la schiena rotta dalla fatica, pur di potere portare a casa qualche “vastedda” di pane per i propri familiari. La stessa cosa succedeva agli artigiani ed operai.

Questo pane amaro, sudato e faticato, assieme all’acqua sempre desiderata, erano il simbolo della vita. Nelle processioni religiose così si pregava: “l’acqua e lu pani vulemu Signuri”.

Purtroppo, le avversità atmosferiche e la stessa terra, poco produttiva (allora le terre migliori erano in mano ai grossi proprietari terrieri ed alla Chiesa, che spesso lasciavano incolte per incuria o incompetenza), non erano le sole cause che stimolavano il siciliano a si rivolgeva a Dio in ogni occasione della giornata lavorativa, per avere benedetto il lavoro ed il raccolto; c’era uno Stato ancora poco efficiente, le pensioni e l’assistenza medica di massa inesistenti, c’era “la robba” che il contadino nullatenente sognava, la mafia e la delinquenza comune che pretendevano o rubavano parte del raccolto, le malattie, specialmente quelle provocate dalla denutrizione, come la TBC, e non curate per mancanza di fondi, che mietevano vittime specialmente nella prima infanzia.

Impotente contro queste avversità, essi si rivolgevano a Dio, come vero padre misericordioso, poiché solo Lui poteva aiutarli a sopravvivere; “dunni manca Diu pruvviri” diceva un proverbio.

Tutto ciò per documentare che in casi di povertà estrema o di gravi malattie, l’uomo si raccomanda a Dio, quando invece si culla nel benessere, egoisticamente se Lo dimentica e addirittura Lo rifiuta.

Vito Marino