centro storico di castelvetrano

In questi ultimi decenni una febbre espansionistica ha colpito la nostra città; complice l’abusivismo edilizio ed un’errata politica d’urbanizzazione del territorio da parte del Comune. Con una popolazione di 35.000 abitanti le periferie di Castelvetrano si sono allargate in maniera eccessiva, a macchia d’olio creando gravi problemi sempre nuovi (strade, servizi pubblici, verde pubblico, illuminazione, acqua potabile, ecc.).

Anche il Comune ha costruito edifici pubblici nelle campagne su terreni confiscati alla mafia, come simbolo della vittoria delle Istituzioni sulla illegalità, cementificando e distruggendo terreni agricoli molto fertili.

Purtroppo tutto il centro storico, con edifici di valore storico e con caratteristiche architettoniche medievali, va cadendo a pezzi. Solo qualche edificio pubblico di maggior valore è stato già ristrutturato. I proprietari abbandonano ben volentieri detti edifici, perché fatiscenti o ubicati in strade strette, che non consentono il parcheggio alle auto.

Dalla risoluzione di questo quesito dipende la salvezza di tutta la città, perché qui c’è il cuore pulsante; nel tufo lavorato si custodisce la nostra cultura e memoria storica e l’immenso tesoro affettivo lasciatoci dai nostri avi.

Dal lontano passato fino agli anni ’70 circa, c’era l’abitudine di passeggiare nelle vie principali della città. Mio padre mi diceva che intorno al 1920 si passeggiava in Via Mannone, nella Piazza Garibaldi, in Via Garibaldi e allo “spiazzo”, oggi Piazza Dante e Villa Falcone e Borsellino. Intorno agli anni ’50, quando ero ragazzo, il passeggio si era spostato da Via Mannone, in Via V. Emanuele (la strata di la cursa), tutta asfaltata, alberata e con molti negozi e bar. In piazza Garibaldi, oggi Carlo d’Aragona, durante la stagione, chi passeggiava si fermava per ascoltare i concerti di musica classica eseguita dalla banda cominale su una apposita impalcatura rialzata. Oggi si passeggia poco, e soltanto nel corso V. Emanuele perché tutti camminano in macchina.

Una volta fra i cittadini e i negozianti esisteva un dialogo di amicizia che ormai è scomparso. L’espansione della città in periferia, la creazione della vasta area P.I.P., (Piano per gli Insediamenti Produttivi), con supermercati e città mercato, ha fatto scomparire questa cultura. Rilanciare il centro storico significa anche riprendere l’antico dialogo, che si realizzava anche nelle piazze, nei bar, nei circoli, ai giardini pubblici; ma anche dal barbiere, dal macellaio. Un dialogo lasciato sospeso da molto tempo e non più ripreso.

La storia c’insegna che la piazza principale, “l’Agorà”, da millenni, è stata il centro economico, commerciale, politico, di governo, e ricreativo della città. Nelle nostre belle piazze, trasformate in zona pedonale, da circa cinque anni, non c’è più comunicazione perché vuote ed abbandonate.
Credo che sia arrivato il momento di dire basta all’espansione della fredda giungla di cemento, che occupa e distrugge la natura; anzi, occorre al più presto il recupero del centro cittadino, per riscoprire la nostra identità, le nostre radici, la nostra cultura abbandonata.

A questo punto ci si domanda: ma davvero il paese aveva bisogno di tutta questa espansione per vivere peggio di prima?
Il centro storico di Taranto e di Bari, di cui personalmente posso testimoniare, fino ad un ventennio fa era invivibile: raramente un turista si avventurava per visitarlo senza uscirne indenne. Dopo un esproprio totale ed un accurato lavoro di restauro, da parte del comune, è diventato un gioiello, una zona turistica, perché si sono valorizzati edifici prima pericolanti ma ricchi d’antica architettura. Gli edifici sono stati assegnati come case popolari e tutti abitati.
Anche se in maniera diversa, anche Trapani ha saputo valorizzato il suo centro storico facendolo diventare un salotto cittadino e una zona turistica. Sicuramente altre città hanno seguito lo stesso sistema, sfruttando apposite leggi, e fondi da cui attingere.

Per svegliare il sistema delle piazze e far rivivere il nostro centro storico, occorre che venga tutto ristrutturato per portarlo al suo antico splendore. Il restauro può o deve farlo il proprietario (con aiuti economici e fiscali), anche perché si tratta di edifici pericolosi per la collettività. Può intervenire anche il Comune, con un esproprio totale; i capitali necessari si troveranno allo stesso modo come hanno già fatto altre città, sicuramente non dalle casse del Comune, attualmente vuote per una eredità ricevuta
Un altro grave problema gravita sulla nostra bella città: lo scempio dei principali monumenti storici perduti in quest’ultimo mezzo secolo, che ha visto diroccare molte arcate a tutto sesto dei nostri cortili di origine araba, tutti gli abbeveratoi, il Calvario, la torre saracena “Vicaria Nuova”, la chiesa e il convento della Badia con il bellissimo portale gotico, il Palazzo baronale Hops, la chiesa e il convento di San Giuseppe, il monastero del Carmine e di tanti altri monumenti, diroccati spesso per incuria o interessi privati. E’ giusto ricordarlo sempre, affinché i giovani conoscono il buco nero attraversato dalla nostra città e, principalmente, che questo buco stenta a chiudersi.

E’ assurdo solo a pensarlo, ma la storia non ci insegna un bel niente e gli errori del passato continuano nel presente e continueranno nel futuro. Oggi abbiamo la Palazzina Signorello, un gioiello stile Liberty e i Palazzi Pavone, Frangipane e del barone Sciacca, pericolanti e ormai difficilmente recuperabili.