Nel territorio di Castelvetrano nella località Triscina, in contrada Manicalunga-Timpone Nero, esiste una necropoli selinuntina, già nota nel 1800. Abbandonata a se stessa, grazie all’intervento dell’allora Soprintendente ai Beni Culturali, Vincenzo Tusa, solo nel 1963 la necropoli viene riscoperta.

Malgrado ciò rimane in balia ai tombaroli, che, dagli anni ’50 agli anni ’80 circa hanno fatto scempio delle tombe depredandole del loro contenuto. Timpone (da timpa = timpuni) in lingua siciliana vuol dire rilievo, altura; Nero, a quanto sembra, perché durante il periodo estivo era soggetto ad incendi e quindi il suolo si presentava tutto nero.

Timpone Nero - fonte. archeo.it

Timpone Nero – fonte. archeo.it

Fino ad un tempo relativamente recente, l’archeologia è stata dominata dal desiderio di estrarre dalle tombe oggetti cari al defunto come lucerne che dovevano squarciare il buio dell’oltretomba, statuette di divinità destinate a proteggerlo e vasi, che, secondo le concezioni greche erano destinati alla vita dell’oltretomba. Oggetti, belli in se stessi, da tenere per sé o peggio da sottrarre alla comunità tramite commerci illeciti; un sistema fortunatamente messo al bando dalla moderna archeologia “militante” che, per leggere nel passato ricerca nel terreno dei morti i segni della vita di chi ci ha preceduti, la testimonianza degli usi e costumi di antichi popoli. Secondo questa tecnica i dati archeologici ricavati dai lavori di scavo saranno accompagnati dalla schedatura, classificazione e catalogazione dei reperti per risalire alle caratteristiche antropologiche e socio-culturali dei nostri antenati selinuntini.

Su questo territorio agisce la Fondazione Kepha onlus proprietaria dei terreni dov’è ubicato il CAM – Campus Archeologico Museale, che, dal mese di ottobre 2012 sta svolgendo una campagna di scavi della durata prevista di due anni, sotto la tutela della sovrintendenza ai beni culturali e ambientali di Trapani. Il Baglio Calcara, recentemente restaurato è la sede di tutta l’organizzazione.
Al centro del baglio c’è una grande corte, dove si svolgeva la vita e il lavoro dei contadini della scomparsa civiltà contadina, con un pozzo di origine araba, composto da una “senia” (noria) e una grande vasca per la raccolta dell’acqua, anticamente collegata ad un sistema di tubature per la distribuzione delle acque d’irrigazione.

Giorno 31 maggio 2013 è avvenuta una visita agli scavi archeologici organizzata da Legambiente, sotto la direzione di Gianfranco Gianna e Giuseppe Salluzzo, facente parte di una serie di manifestazioni culturali sotto il no0me di “Salva l’Arte Belice”
A ricevere i visitatori di Legambiente alla Dott.ssa Rossella Giglio, Responsabile dell’Unità Operativa Beni Archeologici della Soprintendenza trapanese, Pandolfo Pandolfi direttore della Fondazione Kepha (dall’aramaico Cefa, che significa “pietra”), il direttore del CAM avv.Giovanni Miceli e l’archeologo Ferdinando Lentini. Le operazioni sul campo, condotte dall’archeologo avranno come scopo di riportare alla luce le strutture e corredi funerari sopravvissuti ai saccheggi dei tombaroli in un passato ormai lontano.

Le tombe verificate, molte già visitate dai tombaroli, sono state fino ad oggi 95. Le tombe, ci spiega l’archeologo, in uso dai selinuntini tra il V e IV secolo a.C., sono di varia fattura: a lastroni, a sarcofago e a nuda terra e sono disposte in maniera caotica, perché si affiancavano o si sovrapponevano a strati, a causa dello spazio limitato concesso a quel tempo per le sepolture.