Premesso che esistono alcune delibere consiliari che autorizzano l’utilizzo della denominazione Castelvetrano Selinunte, credo che sulla questione spesso si interviene solo per partito preso e animati da puro spirito polemico piuttosto che da una serena valutazione della tematica. Mi permetto, pertanto, sine ira et studio, di riproporre alcune riflessioni che mi auguro possano offrire ai miei concittadini un contributo per una più serena valutazione dell’argomento.

Distrutta per la seconda volta nel 250, ad opera dei Cartaginesi, la città di Selinunte, la più occidentale delle colonie greco siciliote, contrariamente a quanto tradizionalmente si è asserito, non venne mai del tutto abbandonata, ma conservò, come i recenti studi di Fourmont e gli ultimi scavi sulla collina orientale dimostrano, una continuità abitativa che va oltre il periodo normanno svevo.

Una continuità abitativa cui corrisponde una continuità territoriale nella quale la realtà della medievale Castelvetrano ha sempre tenuto a sottolineare il suo vincolo con l’antica città greca, anche quando di essa, totalmente sepolta dalla sabbia, tutto si era perduto, se non qualche sparuta e incerta traccia.

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Comprensibile fu pertanto l’entusiasmo che suscitò, nel 1558, la pubblicazione, da parte di fra’ Tommaso Fazello, di una storia della Sicilia nella quale si identificava il luogo esatto dell’antica Selinunte che fino a quel tempo si riteneva, sull’autorità non del tutto disinteressata dell’erudito mazarese Gian Giacomo Adria, sorgesse nel sito di Mazara.

Una attenta lettura di Diodoro Siculo convinse il Fazello che l’antica colonia greca doveva coincidere con quelle rovine abbandonate sulle colline prospicienti il mare africano, indicate come Terra di Pulci, probabile volgarizzazione del mitico dioscuro Polluce.
Il dotto domenicano, che invano aveva cercato a Mazara le anticaglie di Selinunte, ebbe la felice intuizione, una notte di ottobre del 1551, leggendo, come lui dice, il XIV libro della Biblioteca Storica di Diodoro (in effetti, si trattava del XIII), laddove lo storico di Agira parla della marcia di Annibale, figlio di Giscone, da Lilibeo a Selinunte.
Fazello comprese che l’antica città doveva sorgere dodici miglia più a levante di Mazara, tra capo Granitola e capo S. Marco, proprio lì nella cosiddetta terra di Lipulci.

Castelvetrano scopriva così le sue antiche e nobili origini, e di ciò doveva essere consapevole il principe Carlo che nella sua biblioteca custodiva le copie, sia in latino sia in volgare, del De rebus Siculis decades duae del grande domenicano saccense.
La traduzione italiana dell’opera del Fazello, curata dal suo confratello, il fiorentino Remigio Nannini, era stata pubblicata a Venezia nel 1573 presso la stamperia dei Guerra e dedicata proprio a Carlo d’Aragona, al quale fu inviata in data 20 maggio 1573.
Da allora, la palma dei Tagliavia finì per confondersi con quella attribuita a Selinunte, secondo il noto appellativo di Virgilio, che, nel III canto dell’Eneide, la definisce palmosa.

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E mentre lo stemma dei baroni della città si andava arricchendo di altre insegne araldiche, la semplice palma d’oro in campo azzurro sembrava rimanere l’arma preferita da Carlo. Non a caso tale motivo iconografico comincia a spiccare in modo più evidente sui monumenti della città, dalla decorazione della cappella del coro in S. Domenico, alle “travi” della Matrice.
La filiazione dall’antica Selinunte – che darà luogo alla suggestiva, anche se discutibile ipotesi sull’origine del toponimo Castelvetrano come castello dei veterani selinuntini – nei primi decenni del secolo successivo, sarà definitivamente consacrata nelle iscrizioni della fontana della Ninfa nel 1615 e della porta di Mare (vulgo Arco dell’Immacolata seu Porta Garibaldi) nel 1626.

Interessante, in particolare, nella lapide della Ninfa la parte in cui si afferma che i Castelvetranesi tornano a bere la stessa acqua di cui si alimentavano gli antichi progenitori Selinuntini, mentre tra le vasche della complessa macchina idraulica, realizzata dal napoletano Orazio Nigrone a completamento del civico acquedotto, compare stilizzato il motivo iconografico della palma di Selinunte.
Analogo motivo della filiazione selinuntina ritroviamo, come detto, quasi a monito per coloro che entrassero in città, nella lapide posta al di fuori della Porta di Mare, che guardava appunto verso il mare Africano, là dove sorgeva l’antica madre.

Ed è con enfasi tutta barocca che in uno dei suoi panegirici, pubblicati nel 1677, fra Felice Brandimarte, ritorna sul tema della palma, arricchendolo anche di significati religiosi, in relazione ai 400 martiri che, secondo quanto riportato dal Gaetani, avrebbero ricevuto la palma del martirio sul fiume Modione: Che se la madre Selina fu Colonia de’ Romani (sic), il suo figlio Castelvetrano, asperso dal sangue santissimo di sì pretiose e numerose Reliquie un’altra Roma rassembra.

La palma dei Tagliavia, pur con alcune trasformazioni che vedono la perdita definitiva dei datteri, il permanere delle tre radici scoperte e il moltiplicarsi dei rami, divenne, pertanto, il simbolo di Castelvetrano che, nel contempo, si investiva del titolo di palmosa civitas. Detto emblema, d’azzurro alla pianta di palma d’oro, fu ufficializzato come stemma civico, con decreto del 4 agosto 1930, dal capo del Governo, il quale, con successivo decreto del 28 gennaio 1936, rinnovava a Castelvetrano il diritto di fregiarsi del titolo di città.

Tale titolo, già concesso dai sovrani spagnoli, era stato ulteriormente confermato nel 1803 da re Ferdinando IV di Borbone che, nell’occasione, decideva di manutenere ai giurati e al sindaco la dignità di Magistrato, riconoscendo a ciascuno il titolo di Spettabile.
Tornando allo stemma, il campo azzurro, richiamando il cielo, starebbe a significare il desiderio di elevazione, di giustizia e purezza. La palma d’oro, chiaro riferimento a Selinunte, aggiunge l’idea della generosità del pensiero, l’animo grande che non teme i rigori dell’avversa fortuna, né cerca la vittoria (che essa soprattutto simboleggia) senza conflitto.

Tali ragioni storiche che suggeriscono l’opportunità di collegare in modo ufficiale e istituzionale al nome di Castelvetrano anche quello di Selinunte (come già, per altro avvenuto, per Calatafimi Segesta) si uniscono oggi a quelle legate alle esigenze di sviluppo socio economico un territorio che ha una sua precisa omogeneità e nel quale attorno alla cerniera costituita del Parco Archeolgogico di Selinunte, uno dei più grandi di Europa e certamente volano culturale e turistico, si raccolgono gli agglomerati urbani di Castelvetrano, Marinella di Selinunte e Triscina di Selinunte.

La denominazione ufficiale di Castelvetrano Selinunte (da scrivere senza trattino, proprio ad evidenziare il fatto che non trattasi di due entità divise e citate insieme per accidens, ma di due aspetti di un’unica e inscindibile realtà territoriale) ha lo scopo di sottolineare anche nel nome il vincolo profondo tra l’origine punico-greca della città antica e la sua continuazione ed emanazione medievale e moderna, in una sintesi ideale che unendo il passato al presente lo proietti in tal guisa in un futuro da costruire sulla base di un progetto che unisca le grandi potenzialità economiche imprenditoriali della città con le suggestioni che le provengono dalle grandi emergenze storiche archeologiche che la caratterizzano.

Francesco Saverio Calcara