Quando decine di grossi camion, a ridosso degli anni ’90, riempivano ogni giorno le cave di rifiuti, la zona del quartiere Belvedere di Castelvetrano aveva un proprietario: Giuseppe Di Stefano.

Quel Di Stefano meglio conosciuto, nella Valle del Belice, come il ricchissimo Barone di Sciacca; quel Di Stefano condannato dalla mafia al confino in una stanza dell’hotel delle Palme, interpretato da Vittorio Gassman nel film “Dimenticare Palermo”.

Si dice che il barone fosse entrato nel 1946, nella stanza 204 dell’hotel, uscendone in una bara nel 1998 ormai ultranovantenne: più di cinquant’anni di prigione dorata per aver ucciso accidentalmente un ragazzino, sorpreso a rubare mandorle dai suoi alberi. Certo, non un ragazzino qualsiasi, ma il figlio di qualcuno molto legato alle cosca mafiosa di Castelvetrano.
Se il barone fosse stato una persona come tutte le altre, l’avrebbero ucciso e fatto sparire, ma la caratura del personaggio e le sue immense proprietà fecero scaturire questo bizzarro compromesso.
Durante gli anni di questo strano esilio, le sue sostanze furono amministrate dai migliori avvocati di Castelvetrano. Tra questi, anche Giuseppe Bongiorno (Senatore della Repubblica dal 2001 al 2006), che ha lasciato l’incarico dopo essere diventato sindaco della città nel 1993.

Ad occuparsi del Barone durante i suoi ultimi anni è invece l’avvocato Giovanni Messina, riconosciuto in tempo come figlio ed unico erede di tutte le sue sostanze.
È proprio all’avvocato Messina Di Stefano che il Comune fa scattare la diffida: oggi il terreno delle cave è suo.

Soldi e mafia dalle radici lontane costituiscono quindi la vera identità dei terreni della Gomorra castelvetranese, in cui la realtà si confonde con la leggenda.
Già, perché pare proprio che la prigione dorata del barone non fosse stata poi così coercitiva.

Diversamente, non avrebbe potuto portare i fiori sulla tomba dei suoi genitori, il 2 novembre. Per molti anni, infatti, una macchina veniva a prenderlo a Palermo alle due di notte per portarlo al cimitero di Castelvetrano. Ad attenderlo c’era il custode che, dopo aver fatto “gli onori di casa”, a fine visita richiudeva il catenaccio del cancello e la macchina ripartiva per Palermo. Alle cinque, il barone era già nel lusso ovattato della sua stanza all’Hotel delle Palme.

Una prigionia molto flessibile, al punto da permettergli negli anni ’70, diversi viaggi a Napoli per assistere alle opere liriche, sua grande passione. E di trasferirsi, in agosto a Villa Igiea, lussuoso hotel con vista mare, concedendosi addirittura una passeggiata nei dintorni, dopo pranzo.
“In prigione” invece il ricco Di Stefano non si faceva mai mancare nulla, invitando a cena gli artisti delle prime del Massimo o del Politeama e facendosi portare le primizie dai suoi possedimenti e i dolci dalle pasticcerie di Castelvetrano.

Andavano a trovarlo in tanti: da Guttuso a Carla Fracci, da Fred Buscaglione a Maria Callas, da Primo Carnera a Patti Pravo. Ma anche personaggi meno famosi, come Giacinto De Simone (detto Jim), titolare con i suoi fratelli di una grande industria vinicola a ridosso della stazione ferroviaria di Castelvetrano. Negli anni ’50, i De Simone formeranno insieme al barone e ad altri ricchi imprenditori (i Taormina) una società che si occuperà di una sola operazione: l’acquisto del vecchio fabbricato delle carceri di via Vittorio Emanuele. Dopo averle demolite e aver venduto l’area al Banco Di Sicilia, la società verrà sciolta.
Ancora oggi la sede della Banca, passata nel frattempo al gruppo Unicredit, è sempre lì: al numero 27 di via Vittorio Emanuele.

Ma i terreni del barone sono molto più estesi rispetto a quella porzione che ospita la Gomorra, vicino al quartiere Belvedere; su questi sono nate anche palazzine dello Iacp (l’Istituto Autonomo Case Popolari) e villette a schiera di varie società cooperative.

Alla luce della storica paternità dei luoghi, si ha quindi l’impressione che le risposte alle domande del comitato di quartiere, potrebbero tardare ad arrivare ancora per un bel po’.

Come per Campobello di Mazara, a pochissimi chilometri di distanza. Anche lì sembra che di risposte non ne siano arrivate granché. E questo non certo perché nessuno si sia fatto portavoce di dubbi e inquietudini diffuse.

A questo proposito, in un’interrogazione al Ministero dell’Ambiente da parte di Elio Lannutti e Fabio Giambrone, datata il 5 ottobre del 2011, si legge: “… Più volte in questi anni è esploso il caso dell’esistenza di discariche abusive nella provincia di Trapani in seguito alle denunce fatte dai carabinieri della Compagnia di Mazara del Vallo che hanno scoperto e sequestrato diverse cave di tufo, in territorio di Campobello di Mazara, adibite quasi esclusivamente allo smaltimento illegale di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali”.

I due senatori parlano anche di radiazioni e tumori: “L’elevato tasso di incidenza dei tumori ha, da tempo, allertato molti abitanti della zona perché sembra che nel territorio della provincia di Trapani possa esserci un elevato tasso di radioattività – hanno affermato con chiarezza – legato a presunti scarichi di materiale radioattivo soprattutto tra Marsala e Mazara del Vallo”.

Lannutti e Giambrone, oltre a comunicare che lo stesso Comune di Campobello registrerebbe un alto tasso di mortalità per tumori pure tra i bambini, forniscono anche un’altra indicazione: “iDa indiscrezioni si apprende che sotto l’autostrada A29, in prossimità di Campobello di Mazara, sarebbero seppelliti rifiuti radioattivi”.
Eppure, per controllare basterebbe davvero poco.

Egidio Morici
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