giuseppe cimarosa il fatto quotidianoLa notte del 13 dicembre scorso, una notte che mai scorderò. Mi sveglia mia madre, credo fossero le due. Mi dice “alzati”. Le luci di casa erano tutte accese, avevo già capito ma non volevo crederci.

Scendo giù in cucina e la stanza era piena di uomini in divisa, erano carabinieri dei Ros, tutti con una sorta di passamontagna che gli copriva il volto e lasciava intravedere solo i loro occhi. Erano venuti per mio padre.

Non ho avuto la forza di reagire e mi sono seduto privo di parola nella prima sedia che ho trovato. Mio padre si tolse la sua collana la mise tra le mie mani e fu portato via

Quando Giuseppe Cimarosa (31 anni) racconta questa storia lo fa quasi con serenità. Eppure oggi il padre di Giuseppe, Lorenzo Cimarosa, si trova in carcere in isolamento condannato a 5 anni e 4 mesi per favoreggiamento mafioso. Parla con una tale energia positiva, una carica che ti trascina.

Non sembra che parli di mafia e di sofferenza ma di una rivincita nei confronti della potente mafia di Matteo Messina Denaro, il ricercato numero uno che è anche un parente di Giuseppe, la madre è cugina di primo grado del boss. Oltre al padre, quella notte, vennero arrestati altri parenti di Giuseppe, tutti familiari della primula rossa. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Giuseppe sentiva che doveva fare qualcosa perché le conseguenze del cancro mafioso che da anni attanagliava la sua famiglia stavano “stritolando” tutto ciò che lo circondava.

Non sapeva che fare Giuseppe, avrebbe voluto urlare e cambiare le cose ma non sapeva da dove cominciare. Dopo una settimana insieme al fratello e alla mamma andarono al primo colloquio con il padre in carcere. Giuseppe era furibondo con lui, andò lì per vomitargli in faccia il suo disgusto e la sua enorme delusione di figlio. Ma qualcosa di straordinario accadde, qualcosa che cambierà il corso degli eventi previsti da tutti. “Mio padre spiazza tutti dicendoci che aveva iniziato a collaborare con la giustizia”. In effetti Lorenzo Cimarosa è diventato un “dichiarante”. La stessa notte dell’arresto ha voluto parlare con i magistrati e ha raccontato di essere il bancomat di Matteo Messina Denaro, ha detto di essere stanco delle continue richieste di soldi utili a finanziare la latitanza.

Per anni Giuseppe aveva aspettato quel momento, non aveva mai accettato le “non scelte” del padre. Era ancora piccolo Giuseppe quando cominciò a sentire parlare di questo cugino della madre, discorsi fatti a mezza bocca e senza nominarlo mai come se fosse proibito pronunciare il nome di Matteo Messina Denaro, per timore pure del suono emesso pronunciandolo. Crescendo Giuseppe è sempre più preoccupato della parentela con “questo qua”. Immagina spesso di alzare la voce e urlare che Matteo Messina Denaro era un criminale e non un salvatore.

Alla fine degli anni ’90 arriva il primo arresto del padre per associazione mafiosa, rimane in carcere sei anni e quando esce Giuseppe è già un uomo che odia dal profondo Matteo Messina Denaro e vorrebbe che lo arrestassero subito. Vorrebbe gridarlo al mondo intero ma si sente un incompreso. Lascia la Sicilia, si trasferisce a Roma, si iscrive all’università e coltiva la sua grande passione: i cavalli. Lavora come stuntman nel cinema, collabora con i più importanti artisti dello spettacolo equestre fino a quando non crea una sua compagnia di teatro equestre, la prima in Italia.
Ma il pensiero vola sempre alla Sicilia, alla sua terra e alla sua famiglia.

Torna a Castelvetrano e trasforma la sua casa di campagna in un centro di equitazione. In Sicilia, però, rivede i fantasmi che aveva lasciato. Nota che i Messina Denaro si erano avvicinati alla sua famiglia in maniera sospetta. Capisce che volevano usare suo padre come hanno usato tante altre persone. “Carne da macello, questo siamo stati e questo sono la maggior parte delle persone nei guai per colpa di Matteo Messina Denaro. Mio padre forse lo capiva ma non poteva fare altrimenti, mia madre non poteva capirlo perché lei vedeva in loro dei parenti con cui era cresciuta da piccola”.

Le richieste di soldi erano continue e il padre di Giuseppe girava tutta Castelvetrano per recuperare denaro. Poi “finalmente” arrivò quella notte di dicembre: l’arresto e il “pentimento”. Per alcune settimane la notizia rimane riservata ma poi inevitabilmente viene fuori.
La vita di Giuseppe cambia ancora una volta: allontanati dagli amici, cacciati dai parenti. Anche la signora che aiutava la madre a fare le pulizie una volta a settimana sparisce nel nulla.

Vivevamo un incubo, non era la mancanza di mio padre che mi faceva più male e neppure il crollo di tutto ciò che avevamo: sequestri di auto, dei mezzi del lavoro, la cosa che faceva più male era l’indifferenza”. Giuseppe rimane frastornato solo qualche giorno ma poi riparte alla carica e rimette in piedi la sua vita. Oggi la sua famiglia “campa” con il centro equestre. Riescono a malapena a mangiare lui, il fratello, la madre e la nonna. Ha ritrovato l’amore per suo padre e si può permettere di non sfidare Matteo Messina Denaro perché “per sfidare qualcuno devi ritenerlo degno”.

di Danilo Procaccianti
per Il Fatto Quotidiano