Cinque miliardi. A questa cifra da record ammontano i beni di Carmelo Patti, il “re delle vacanze” patron della Valtur, che la Direzione Antimafia di Palermo ha chiesto di sequestrare.

Secondo gli inquirenti, il noto imprenditore sarebbe in realtà un prestanome di Matteo Messina Denaro.

Il prossimo 20 aprile, se il Tribunale delle misure di prevenzione di Trapani accettasse la richiesta della Dia, si assisterebbe forse ad uno dei più grandi sequestri di beni di tutti i tempi. In confronto, i beni sequestrati a Pino Grigoli, il “re dei supermercati”, sarebbero poca cosa.

Un ammontare così ingente viene fuori da numerose società e partecipazioni con cifre da brivido che emergono dal rapporto della Dia, generate da molteplici aziende dal capitale sociale di svariati milioni di euro e quote in società estere, da Atene ad Istanbul, da Agadir a Sharm El Sheik, da Lussemburgo a Rio de Janeiro.

Poi ci sono i terreni (in tutto, circa 350 mila metri quadri), i magazzini e i fabbricati di Robbio, cittadina della provincia di Pavia dove Carmelo Patti vive, ma anche quelli di Tre Fontane, di Triscina, di Castelvetrano e Favignana. Tra i beni mobili ci sono due jeep, una cinquecento d’epoca del 1969 e anche una barca, la “Valtur Bahia”, ormeggiata al porto di Mazara del vallo, in uso alla Lega Navale Italiana. [Oggi l’entità dei beni potrebbe aver subito delle variazioni, NdA].

Gli investigatori si occupano di Carmelo Patti sin dal periodo delle indagini di mafia e di finta intestazione di beni su soggetti legati all’ambiente del superlatitante. Nelle operazioni “Golem 1” e “Golem 2”, era emerso l’interesse di persone vicine a mafiosi del calibro di Franco Luppino e Leonardo Bonafede, per un complesso turistico Valtur che sarebbe dovuto sorgere in territorio selinuntino.

Quando fu arrestato Vito Angelo Barruzza (cognato del Luppino), gli trovarono nel portafoglio un biglietto da visita intestato a “Mediterraneo-Villages Spa – Valtur Group” dove c’era annotato anche il numero di cellulare dell’imprenditore edile Giuseppe Marciano, figlio di Francesco Marciano, entrambi coinvolti nell’operazione “Golem”, anche con riferimento alle indagini che portarono alla cattura dei Lo Piccolo di Palermo.

Secondo i disegni della cosca, Barruzza avrebbe dovuto formare una società per svolgere i lavori edili per la realizzazione del villaggio Valtur, fungendo da prestanome del cognato Luppino, che all’epoca era sorvegliato speciale.

Il villaggio sarebbe dovuto sorgere sui terreni comprati da Carmelo Patti nel 1999 proprio da Francesco Marciano.

Terreni che erano stati oggetto d’interesse del consiglio comunale di Campobello di Mazara per il cambiamento di destinazione: da verde agricolo ad insediamento turistico.

È il periodo in cui Carmelo Patti moltiplica, nel territorio di Castelvetrano, le proprie aziende di cablaggi per autovetture, appoggiandosi ad un commercialista d’eccezione, conosciuto da un barbiere, a cui affida subito delicati incarichi. Si tratta di Michele Alagna, fratello di Francesca, la donna che ha dato a Matteo Messina Denaro una figlia. E’ sotto la sua supervisione che nasce la “Cable Sud”, in seguito all’acquisizione dell’appalto della Fiat. Da quel momento, la città è un fiorire di “succursali”, che danno occupazione a centinaia di persone. “Lavorare con i fili” era possibile persino nei propri garage: veniva fornito il materiale da assemblare, lo schema, e stabilito il prezzo per il tipo di cablaggio. Completati i pezzi in improvvisate catene di montaggio tra familiari e amici, qualcuno veniva a ritirarli, lasciando l’occorrente per il nuovo tipo di cablaggio. Prodotti che poi finivano negli impianti elettrici delle Fiat di allora, come per esempio la Tipo o la Marea.

In quegli anni, i due settori (turistico e del cablaggio per autoveicoli) andavano di pari passo, con gli stessi soggetti coinvolti che, anche se lontani dal tipo di attività, essendo contigui alla famiglia mafiosa capeggiata da Messina Denaro, “erano stati – come si legge dal rapporto della Dia – destinatari di rilevanti flussi di denaro originato dalla frode fiscale, dei quali avevano contribuito a far disperdere le tracce”.

L’impiego di considerevoli disponibilità finanziarie emerge anche dall’acquisto del villaggio turistico “Punta Fanfalo” di Favignana, che Carmelo Patti ha rilevato per 9 miliardi e 200 milioni di lire dalla “Desi Immobiliare Srl”, a sua volta acquistato ad un’asta immobiliare molto partecipata, dove vennero sbaragliati altri qualificati concorrenti. L’asta era dell’ottobre del ’98, a cui aveva partecipato con una propria società perfino Emma Marcegaglia, che aveva offerto 4 miliardi di lire. Alla fine però vinse la “Desi Immobiliare”: Desi Ingrasciotta, giovanissima imprenditrice di appena 21 anni, mise sul piatto 9 miliardi. E l’azienda controllata dal padre, Lorenzo Ingrasciotta (inteso “micione”) si aggiudicò il villaggio. Annunciarono subito che la gestione sarebbe stata affidata ad un grosso tour operator.

Sei mesi dopo, Carmelo Patti divenne proprietario di “Punta Fanfalo”: i 9 miliardi dell’asta non erano di Ingrasciotta, ma di Patti. Il “re delle vacanze”, da dietro le quinte, aveva neutralizzato gli altri concorrenti. Sempre dal rapporto della Dia, si legge che il “destinatario delle ingenti somme impiegate per l’acquisto di Punta Fanfalo, era stato l’uomo di estrema fiducia di Carmelo Patti, Michele Alagna” e le disponibilità derivavano dalle aziende di Patti “che erano state coinvolte nella frode fiscale in territorio di Castelvetrano”.

E poi ci sono i pentiti, come Angelo Siino, cosiddetto ministro dei lavori pubblici di Totò Riina che, già nel ’98, aveva affermato di conoscere Patti come massone e persona “legata alla mafia di Castelvetrano”. Oppure Antonino Giuffrè, ex braccio destro di Bernardo Provenzano, che raccontava di come Patti fosse in realtà nelle mani di Francesco Messina (inteso “mastro Ciccio”), elemento di collegamento tra la provincia di Trapani e quella di Palermo.

Come il “re dei supermercati”, anche il “re delle vacanze” sembra essere venuto dal nulla. Emigrato da Castelvetrano in provincia di Pavia all’inizio degli anni sessanta e dichiarato fallito dal tribunale di Trapani, nonostante le concrete difficoltà economiche (“ne io ne mio papà potevamo comprare il necessario per campare”), fino agli anni ’80 – riferisce la Dia – perfeziona operazioni “a contenuto patrimoniale non giustificate dal reddito dichiarato, acquisendo una rilevante posizione economica, fino ad assumere il controllo della Valtur nell’anno 1998 e la Presidenza del consiglio di amministrazione della Gesap nel 1999”.

Egidio Morici

per L’isola del 17/03/2012