C’è una storia che mia nonna mi racconta sempre: è la storia di nna virginedda.
Lei me l’ha sempre raccontata in dialetto, come faceva sua madre.

La storia narra di una giovane fanciulla, bellissima e innocente, che veniva respinta dai giovani, a causa del dubbio che la sua vicina di casa insinuava riguardo alla “sua condotta”.

A ddi tempi, si sa, si spiegava lu matrimoniu, e i giovani, prima di dichiararsi ufficialmente, si informavano con vicini e conoscenti si la picciuttedda era “giusta”. Illibata, per intenderci.
Il dubbio che la vicina di casa aveva insinuato riguardo al comportamento della giovane, aveva fatto sì che nessuno l’avesse poi chiesta in sposa: bona è, ma…e tutti si allontanavano.

La giovane ne soffrì così tanto, che si ammalò e morì, ma non riuscì a trovare pace.
La vicina, addolorata a causa del suo senso di colpa, andò a confessarsi, ma nel momento in cui chiese perdono, la giovane tornò sulla terra e le tirò la lingua.

“Un si parla mai di cosi chi un si sannu pi certu”. E io questa cosa non l’ho mai dimenticata.
È la prima volta che questa storia viene scritta. Tramandata a voce da madre in figlia, da nonna in nipote, tempo dopo tempo, adesso arrivo io che, cu la manu manca, la racconto a voi. Ma è proprio così che una leggenda non muore, ed è così che questa mia terra si racconta, così che insegna una morale alla sua gente.

Sicilia bedda, custode di queste voci di donna che ancora raccontano, chi ancora ‘nsignanu.
Sicilia bedda, donna cicala. Sicilia bedda, donna nta un curtigghiu. Sicilia bedda, donna nnuccenti.

Minni di virgini

Ingredienti per la pasta:
400 g di farina 00;
150 g di zucchero;
150 g di strutto;
latte (quello che prende);
1 uovo;
1 bustina di vanillina.

Ingredienti per il ripieno:
Crema “Biancomangiare” aromatizzata alla vaniglia (dosi per un litro di latte);
200 g di zuccata;
q.b. di scaglie di cioccolato fondente;

Ingredienti per la decorazione:
q.b. zucchero a velo;
q.b. di succo di limone;
q.b. di acqua;
diavolini colorati.

Procedimento:
Amalgamare la farina con lo strutto, disporla a fontana sulla spianatoia e aggiungere lo zucchero, l’uovo, la vanillina e il latte necessario. Impastare. Una volta ottenuto un impasto omogeneo e compatto, avvolgerlo con un po’ di pellicola e riporlo in frigorifero, lasciandolo riposare per due ore. Nel frattempo, preparare la crema Biancomangiare.

Tirato fuori l’impasto dal frigorifero, stenderlo, ottenendo una foglia di circa 5 mm di spessore. Ricavare dei dischetti (diametro: circa 10 cm) e riporre ciascun dischetto in uno stampino da forno, dalla forma a coppetta. Riempire la coppetta, prima con un po’ di biancomangiare, e all’estremità con un po’ di zuccata, mista a scaglie di cioccolato. Chiuderla con un ulteriore dischetto di pasta, sigillando per bene i bordi. Infornare a 200° per circa venti minuti.

Per la glassa:
Sciogliere lo zucchero a velo con il succo di limone e con un po’ di acqua. Miscelare con una frusta, fino all’ottenimento di una glassa liscia e corposa. Spennellarla sui dolci cotti e freddi, decorare con diavolini colorati e lasciare asciugare.

L’invenzione di questo dolce risale a una richiesta fatta da Donna Francesca Reggio, marchesa di Sambuca, a suor Virginia Casale, di Rocca Menna, in occasione dei festeggiamenti in onore dei marchesi Pietro (suo unico figlio) e Anna Beccadelli, nel 1725.
Suor Virginia sfornò queste paste, probabilmente con l’intenzione di raffigurare le colline che ella stessa guardava ogni giorno dalla sua cella del convento. Fu successivamente Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel suo celebre “Gattopardo”, a definirle “impudiche paste delle vergini”, rassomigliandone la forma a quella dei seni di una giovane fanciulla.
Questi dolci rappresentano tuttora un grandissimo vanto dell’arte dolciaria di Sambuca di Sicilia.