Canile CastelvetranoIl canile di Castelvetrano è al collasso. La struttura è troppo piccola rispetto alle esigenze del territorio e i fondi per la manutenzione scarseggiano. Circa un anno fa erano stati stanziati 50.000 euro per il suo ampliamento, ma non si è ancora visto un centesimo.

Abbiamo incontrato Liliana Signorello, presidente della LAICA, associazione animalista che si occupa del Canile di Castelvetrano, insieme al Comune.
Qual è attualmente la situazione del canile?
La struttura è adatta ad ospitare solo 40 cani, ma in realtà ce ne sono molti di più, soprattutto a causa degli abbandoni di cuccioli; la gente ce li lascia davanti ai cancelli o addirittura li lancia al di là della recinzione.

A parte i volontari, quanti lavoratori stipendiati dal comune ci sono all’interno della struttura?
Meno di dieci.

E quanti di loro sono stati assunti come impiegati d’ufficio?
Quasi tutti. Si tratta soprattutto di lavoratori socialmente utili, alcuni dei quali importati da altri settori comunali, come per esempio il “verde pubblico”. Credo che solo una persona sia stata assunta per svolgere mansioni di pulizia. A volte capita che a pulire i box sia lo stesso veterinario. Ma si lavora male perché la struttura è piccola e i cani sono tanti.

Che fine hanno fatto i 50.000 euro per l’ampliamento del canile, deliberati dalla giunta municipale circa un anno fa?
Si tratta in realtà di una “compartecipazione finanziaria”: la Provincia Regionale di Trapani ha messo a disposizione la somma già dal giugno scorso, ma se il comune non anticipa le prime spese per l’inizio dei lavori, si rischia di perdere il finanziamento. Abbiamo sollecitato un’interrogazione al sindaco, firmata dalla maggior parte dei consiglieri comunali, sui motivi di questo assurdo ritardo. Aspettiamo delle risposte.

Quali sono le cause del randagismo?
Nella maggioranza dei casi il randagio è frutto di un abbandono. Purtroppo molti sono ancora restii a sterilizzare i propri animali, ma nello stesso tempo non vogliono tenere i cuccioli che alla fine sono destinati a morire oppure ad aumentare il numero degli ospiti del canile, con tutti i problemi che ne conseguono in termini di efficienza del servizio. Noi preleviamo il cane randagio dalla strada, la sterilizziamo, lo vacciniamo e, dopo avergli inserito il microchip, se non riusciamo a darlo in adozione, lo rimettiamo nel territorio, sempre che troviamo qualcuno che sia disposto a fornirgli acqua e cibo. Questo in base alla legge sul “cane di quartiere”, anche se le persone disposte ad occuparsene sono sempre meno, mentre quelle intolleranti nei confronti dei cani sono sempre di più e a volte, non essendo bene informati, estendono la propria intolleranza anche a coloro che nel quartiere se ne prendono cura.

Abbiamo parlato anche con Mirella Ghelli, presidente provinciale della LIDA (Lega Italiana Diritti degli Animali) e volontaria LAICA.

Quali sono le difficoltà con cui è venuta a contatto in questa attività di volontariato?
I problemi sono tanti, ma alla base di tutto c’è un canile di dimensioni molto ridotte rispetto al territorio. Inoltre ci sono sempre meno soldi; pensate che dallo scorso mese di settembre noi volontari della LAICA ci auto-tassiamo per comprare alcune medicine e i detersivi. In un canile si possono prendere tante malattie se gli ambienti non sono puliti.
Il punto però è che c’è una bella differenza tra i dati ufficiali del comune e la realtà che vediamo ogni giorno sotto i nostri occhi.
Dai registri ufficiali del comune si legge infatti che dall’apertura del canile (il 28 agosto del 2006) alla fine del 2008 sono entrati 931 cani randagi, dei quali 496 dati in adozione, 222 dimessi (in parte come cani di quartiere) e 151 deceduti. Facendo i calcoli dovrebbero esserci 62 cani. Invece ce ne sono 94. Considerando che la capienza è di massimo 40, trovo insensato che si rischi di perdere i fondi già assegnati per l’ampliamento.

Cosa dovrebbe fare il comune se i cani superano la capienza del canile?
Dovrebbe inviare gli animali in sopranumero presso una struttura privata, l’ARCA di Alcamo, ma non ci sono soldi. Ogni cane costerebbe alle casse comunali 8 euro al giorno. Se ci sono 94 cani al posto di 40, vuol dire che i 54 cani in più, inviati all’ARCA, costerebbero la bellezza di 432 euro al giorno.

Quindi, maggiore è il sovraffollamento, maggiore è il risparmio sulle “trasferte”. Però ci risulta che il comune di Castelvetrano corrisponda al canile 1,90 euro giornaliere per ciascun cane. Per cui dovrebbe avere tutto l’interesse a combattere il sovraffollamento e magari a sollecitare le adozioni e fare campagna per la sterilizzazione.
No, perché al canile vengono corrisposte sempre le somme per 40 cani. Tutti gli altri vengono nutriti a spese dell’associazione. Insomma si tratta di una struttura tenuta in piedi da persone che ci mettono il cuore raggiungendo, nonostante tutto, ragguardevoli risultati, come le 500 adozioni in meno di tre anni. Tra i nostri volontari abbiamo anche Anna Calderone, responsabile dell’Organizzazione Internazionale Protezione Animali, ed è grazie al suo impegno se 120 cani sono stati adottati fuori dalla Sicilia. Ecco, noi continueremo a fare, come abbiamo sempre fatto, la nostra parte. Ci aspettiamo però che il comune faccia la sua, dando esecuzione all’ampliamento del canile. Anche perché i fondi sono già disponibili e se non verranno utilizzati a breve, verranno persi.

Egidio Morici per “L’Isola”
Quindicinale di informazione nella provincia di Trapani