Tre ore. Questo il tempo di attesa per una decina di pazienti che, il 15 novembre scorso, hanno visto un normale elettrocardiogramma trasformarsi in un incubo surreale.
Sono le nove del mattino e, dopo aver presentato l’impegnativa in accettazione, il gruppo si ritrova ad aspettare davanti lo studio del cardiologo.

Dopo qualche minuto, un’infermiera con un paziente in carrozzella, giustificando la priorità del suo assistito, lo accompagna all’interno per un elettrocardiogramma da sforzo. Mezzora più tardi però il paziente viene rimandato indietro senza aver fatto l’esame.
Alle dieci e mezzo circa la gente è ancora in attesa senza che nessuno sia stato ancora chiamato.

Qualcuno chiede all’assistente se il dottore verrà oppure no, ma si sente rispondere che prima di arrivare in studio il cardiologo deve terminare le visite in corsia.
Dopo un ora e mezza di attesa gli animi cominciano a scaldarsi e la gente inizia a protestare: “Ma perché mettete l’appuntamento per le nove? – si lamenta qualcuno – Io per sbrigarmi presto sono qui dalle otto e sono già le dieci e mezza!”.
Intanto, mentre il gruppo di pazienti si ingrossa, con le relative prenotazioni messe a turno su un banchetto, arriva un medico che divide i foglietti in due gruppi scartando quelli dell’elettrocardiogramma.


Dopo aver precisato di non essere un cardiologo, comincia a chiamare gli altri pazienti, tra lo sconforto generale dei cardiopatici.
La porta dello studio però si riapre e l’assistente stavolta, guardando meglio le prenotazioni dell’accettazione, si rende conto che il medico indicato è il dottor Lo Sciuto di Medicina Generale e suggerisce a tutti di andare in fondo al corridoio.
Il gruppetto di pazienti guadagna di corsa l’estremità del corridoio, parla con un’altra assistente che li fa accomodare nell’attesa che il medico li chiami.
Dopo una ventina di minuti, il dottor Lo Sciuto esce dal suo studio e, rendendosi conto della situazione, spiega ai pazienti che lui non è un cardiologo e che l’elettrocardiogramma lo fanno in fondo al corridoio, dalla parte opposta, ovvero dove avevano fatto la prima attesa.
La gente si risente e riceve allora un altro consiglio: tornare all’ufficio accettazione e far modificare la prenotazione, facendo inserire il nome di un cardiologo.

Il gruppo ricomincia a correre, alcuni vanno in ascensore, altri per le scale. Una volta arrivati però hanno un’amara sorpresa: l’ufficio accettazione è pieno di gente. A questo punto molti desistono e lasciano l’ospedale.
Ne rimane solo uno, M.G., un cardiopatico di 78 anni che viene attratto da una targa vicino la porta di una stanzetta, dove è scritto: “Tribunale del malato”. Entra e racconta la sua odissea, ma anche lì gli consigliano di tornare in accettazione, oppure di far presente la cosa in direzione.
Mi sono lamentato con la direzione – ci spiega il paziente ‘più paziente’ del gruppo – mi hanno risposto che si è trattato di un disguido causato dai nuovi computer, oltre al fatto che si sta attraversando un momento critico con carenza di personale. Alla fine però mi hanno consigliato di risalire al secondo piano, esattamente nello stesso posto dove avevo cominciato la mia attesa alle otto. Lì il dottor Pompeo ha eseguito il mio elettrocardiogramma. È normale che per un esame da tre minuti si debba aspettare tre ore? In più devo ritenermi fortunato, visto che sono stato l’unico del mio gruppo che alla fine è riuscito a fare l’elettrocardiogramma”.

Egidio Morici
per L’isola del 26/11/2010