ManganoDi etica, legalità e giustizia la politica parla poco, sia a destra che a sinistra, soprattutto se ci si trova in Sicilia. Una Sicilia in massima parte priva di coscienza politica, con masse di voti gestiti da varie famiglie mafiose, riuscita in passato a dirottare le preferenze elettorali al partito socialista per dare un segnale forte ad una Democrazia Cristiana diventata meno attenta alle sue esigenze.

Oppure a tributare un consenso massiccio a Forza Italia, quando tutte le altre regioni avevano votato a sinistra. Memore di questo atto di nutrita fedeltà, Berlusconi è tornato nell’isola lo scorso aprile per parlare a Palermo e Catania.

Qualcuno deve avergli consigliato di dire qualcosina contro la mafia, almeno per pudore mediatico, ma il cavaliere parla più generalmente di “criminalità organizzata” e una volta sceso dal palco di Palermo i giornalisti gli chiedono espressamente come mai non avesse utilizzato la parola “mafia”. Messo alle strette l’allora futuro premier è costretto a specificare: “Per quanto riguarda la Sicilia, i voti al Pdl saranno usati contro la mafia; nelle altre regioni contro ‘ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita. Così mi sembra di essere molto chiaro”.

Insomma, un segnale pessimo per i mafiosi, per i quali il peso delle parole è vitale. Difatti una cosa è dire “criminalità organizzata” e un’altra è dire “mafia”. La differenza sta proprio nel legame con la politica e la risposta che Berlusconi dà ai giornalisti forse non deve essere piaciuta a qualcuno. A recuperare ci pensa Dell’Utri, sparando a zero sui collaboratori di giustizia e ricordando che il fattore della villa di Arcore di Silvio Berlusconi, il boss mafioso Vittorio Mangano, era stato “un eroe”, perché gli sarebbe bastato fare delle precise accuse nei confronti di Berlusconi per ottenere la libertà e invece è rimasto zitto. Eroicamente.
Nel caso il segnale di dell’Utri non fosse bastato, il cavaliere torna a parlare di Mangano per tranquillizzare chi c’era rimasto male: “non era uno stalliere ma il fattore che ad Arcore stava con tutta la famiglia. Poi ha avuto delle disavventure nella vita che lo hanno messo un po’ in mano a una organizzazione criminale”.
Come dire, sono cose che capitano. Uno si trova tranquillo con la sua famiglia a guardare la tv in quel di Arcore, quando improvvisamente si ritrova una condanna all’ergastolo per un duplice omicidio.

Una bassa caduta di stile? Sarà, anche se Giuseppe Giulietti, portavoce dell’associazione Articolo 21, aveva già ipotizzato qualcosa di più serio e inquietante: “il reiterato attacco ai giudici e persino il tentativo di riabilitare il mafioso Mangano rappresentano un lucido e cinico appello rivolto ai mondi della illegalità affinché scendano in soccorso di chi, dal punto di vista elettorale, si sente mancare la terra sotto i piedi e non esita a fare ricorso alle armi estreme“.
Evidentemente oggi queste “armi estreme” devono aver funzionato alla grande e col governo Berlusconi , gli italiani si sono ritrovati il giudice Carnevale (l’ammazza sentenze della mafia) ad un passo dalla presidenza del Csm, Cuffaro fresco di condanna per favoreggiamento a mafiosi, tra gli scranni del Senato, Schifani a beneficiare del lodo Alfano, dopo aver tentato di bloccare i processi contro Berlusconi nel giugno 2003 con una legge dichiarata incostituzionale dalla consulta.

Chi presiede invece la commissione parlamentare antimafia?
Partiamo da una inquietante telefonata tra Cuffaro e Berlusconi, intercettata nel 2004 in piena indagine per favoreggiamento alla mafia nei confronti dell’allora governatore siciliano.
Berlusconi parla in tono rassicurante: “Io ho saputo qui… la ragione perché ti telefono… il ministro dell’Interno… mi ha parlato e mi ha detto che tutta la… è tutto sotto controllo… sotto controllo”.
Oggi, il presidente della commissione parlamentare antimafia è proprio quel ministro dell’Interno di cui parlava Berlusconi al telefono con Cuffaro: Beppe Pisanu.
Intanto il ministro Brunetta stana i fannulloni di tutti i settori tranne che in parlamento, dove i più assenteisti sono proprio Berlusconi e dell’Utri.

Egidio Morici
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