La statua, che adornava l’altare maggiore della chiesa dell’Itria, fu donata nel 1615 da Maria de Marinis, moglie di Giovanni II (figlio di Carlo Aragona Tagliavia), ai frati Riformati di San Francesco che officiavano la chiesa.

La statua è in marmo bianco e misura circa cm 160. La Madonna col braccio sinistro regge il Bambino, nudo, il quale ha il piccolo braccio destro poggiato sul petto e con la sinistra regge il globo con la scritta IHS, iniziali greche della parola Iesus. Ha un manto dorato che dalla testa scende sul grembo e giù quasi sino ai piedi, mentre la cintura è stretta abbondantemente sopra i fianchi. Purtroppo è andata perduta la base, di forma rettangolare, che nel fronte conteneva, ad altorilievo, la scena dell’incontro tra Santa Elisabetta e Maria.

Circa venti anni fa l’opera fu prelevata dalla Soprintendenza e condotta a Trapani per restauri. Nel 2007, l’allora assessore alla Cultura, prof. Francesco Saverio Calcara, iniziò a sollecitare il ritorno del simulacro ma gli si rispose che il restauro non era ancora ultimanto

Foto di Enzo Napoli

Qualche anno dopo, il signor Giovanni Polizzi, trovandosi a Trapani, notò però su un pianerottolo del palazzo della Soprintendenza la statua della Madonna col Bambino che aveva già visto, qualche giorno prima, in delle foto scambiate col rag. Enzo Napoli. Immediatamente fu informò il predetto prof. Calcara, il quale, nella qualità di consulente dell’allora sindaco Pompeo, avviò immediatamente l’iter per il ritorno dell’opera, ottenendo comunque l’assicurazione dall’allora soprintendente Tusa che l’opera sarebbe stata restituita. Purtroppo le lungaggini burocratiche hanno fatto sì che son dovute passare oltre cinque anni prima che tale rientro si concretizzasse, grazie anche all’azione del dott. Giuseppe Taddeo, già ingegnere capo del Comune, e oggi consulente del sindaco.

E’ evidente che la statua manifesta un tratto gaginesco, rilevando in essa notevoli affinità con altro simulacro, conservato presso la chiesa di San Nicola di Bari, Matrice di Chiusa Sclafani.
Il rag. Napoli, assieme al prof. Calcara e al dott. Giardina, concordano sulla paternità gaginesca dell’opera, rilevandosi in essa notevoli affinità con altro simulacro, conservata presso la chiesa di San Nicola di Bari, Matrice di Chiusa Sclafani. Entrambe le opere hanno una analoga impostazione formale. Sono delle stesse dimensioni, con i piedi poggianti direttamente su piccole basi uguali entrambe cm. … di spessore. Queste, a loro volta, poggiano su basi rettangolari con fronti delimitate in alto ed in basso da modanature identiche.

Andando più dettagliatamente nei particolari, notiamo che il mantello della nostra ed il drappo dell’altra coprono le teste, lasciando visibili le stesse porzioni di capelli, in entrambe ondulati, con la riga, e ciocche che scendono ai lati del collo. In entrambe, le teste hanno la stessa inclinazione (che spezzano la verticalità delle statue) ed i volti presentano la stessa fisionomia, con nasi alla greca e menti molto arrotondati. I colli sono cilindrici. Pure il panneggio dei manti presenta delle affinità, anche se la nostra sembra sia stata eseguita con maggiore accuratezza. Mani entrambe paffute.
Anche i Bambini evidenziano importanti analogie, soprattutto nei riccioli dei capelli e nei volti paffuti con guance molto pronunciate.

Il dott. Antonino Marchese, che sulla chiesa di San Nicola di Bari di Chiusa Sclafani ha fatto uno studio particolare, suppose che la statua di quella chiesa fosse un’opera attribuibile a Fazio e Vincenzo Gagini, figli del più noto Antonello. Il Marchese, al momento della stesura del suo libro, non conosceva la nostra statua e neppure un’altra rappresentante Santa Caterina d’Alessandria che trovasi nella chiesa di San Rocco di Barcellona Pozzo di Gotto. Quest’ultima, opera certa di Vincenzo Gagini, ha lo stesso volto e capigliatura delle altre due statue, e quindi non è difficile fare un accostamento di tutte e tre le opere e dire che l’autore delle due Madonne possa essere stato VINCENZO GAGINI.
Per quanto riguarda l’incongruenza cronologica dell’esecuzione della nostra statua, donata dalla de Marinis nel 1615, mentre il Gagini era già morto nel 1595, la si può giustificare asserendo che la Marinis ne fosse già in possesso da alcuni decenni e che l’abbia donata alla chiesa in quella data, o perché nel 1615 si erano quasi concluse le fasi costruttive della chiesa e incominciarono ad essere eseguite le funzioni religiose, oppure perché, ormai vecchia e prossima alla morte, abbia pensato a donazioni varie a chiese ed istituti. A conferma di ciò, ricordiamo che il 4 aprile 1616 aveva disposto con suo testamento di donare il palazzo De Marinis di Favara, con una cospicua rendita annuale, per trasformarlo in un monastero sotto la regola di San Domenico; mentre destinò al Convento di San Domenico di Palermo un fondo con vigne, alberi fruttiferi, terre incolte, con bagli, stanze, torre, magazzini e senia nell’agro di Carini e Capaci. La marchesa, donatrice della Madonna dell’Itria, morì pochi mesi dopo, esattamente l’otto agosto dello stesso anno.

Da appunti di Enzo Napoli, Aurelio Giardina, Francesco Saverio Calcara