Avvocati Castelvetrano

Sono 230 mila e continuano ad aumentare. Guadagnano sempre meno. Hanno mansioni di basso livello. Sotto i colpi della crisi una professione perde identità. E chiede nuove regole e una selezione rigorosa

Principi del foro e proletari della toga. Mastri oratori dell’arringa e cacciatori di controprove. Civilisti e penalisti. Amministrativi e tributaristi. Ricchissimi avvocati d’affari o difensori sottopagati dei più deboli. Solisti o associati. Il mestiere di avvocato tende sempre più a diventare un contenitore astratto che racchiude attività e ruoli molto diversi, spesso non confrontabili.


Da uno studio milionario al piccolo ufficio individuale, cambiano non solo i redditi, la formazione e le specialità giuridiche, ma la stessa impostazione del lavoro, il rapporto con i clienti, l’immagine sociale e perfino l’autostima. La legge italiana considera tutti liberi professionisti, senza distinzioni contrattuali, anche se nella realtà continua a crescere il numero dei legali che devono obbedire ai superiori, concentrarsi su singole materie settoriali e produrre atti standardizzati, con tempi e ritmi da azienda multinazionale, se non da catena di montaggio.

Mentre la recessione economica, oltre a tagliare le parcelle medie, allarga le disparità tra generazioni e tra sessi: i giovani e le donne sono mediamente più poveri e meno garantiti dei padri. Ai problemi che da sempre accompagnano un mestiere difficile, si aggiunge così un nuovo senso di crisi generale della professione, che spinge gli stessi rappresentanti dell’avvocatura a chiedere riforme profonde.

PRIMI IN EUROPA
«In Italia abbiamo più di 230 mila iscritti all’ordine degli avvocati, un numero che non ha paragoni in alcun paese europeo e che cresce ogni anno di circa 15 mila nuovi praticanti », spiega il professor Guido Alpa, presidente dal 2004 del Consiglio nazionale forense (Cnf), che riunisce i 165 ordini territoriali: «Proprio per tutelare la qualità del servizio e la dignità della professione, la nostra categoria ha bisogno di una selezione più rigorosa e di una formazione obbligatoria e continua». Di riforme necessarie parlavano già nel dopoguerra giuristi come Piero Calamandrei o il primo presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, avvocato. Ora, dopo circa 800 progetti di legge arenati in parlamento, vuole provarci il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che ha convocato a Roma gli “stati generali delle professioni” con una promessa: riformare tutti gli ordini «entro il 2013», usando come modello proprio le nuove regole per gli avvocati. L’anomalia più vistosa è il numero. Secondo il Consiglio europeo dei legali (Ccbe), l’Italia ha il quadruplo degli avvocati della Francia e circa 70 mila in più della Germania, mentre nessuno dei 15 stati censiti da quell’organismo di Bruxelles ha una quantità di legali paragonabile alla nostra. Il disegno di legge che da marzo è in aula al Senato prevede un giro di vite, ma senza numero chiuso. Le novità, come riassume il presidente Alpa, comprendono «un test per iniziare il tirocinio, la frequenza ai corsi di formazione in ottanta scuole forensi riconosciute, una preselezione informatica dei candidati e altri limiti all’insegna del merito e del rispetto del cliente ». Come lo stop all’andazzo di troppi avvocati di farsi sostituire nei processi da giovani praticanti pagati poco o nulla.

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