Molta gente era presente ieri all’ultima serata del “Festival della Legalità”, che ospitava il Procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, ed è a lui che le domande del giornalista Roberto Puglisi erano rivolte a chiarimento di ciò che è ancora in dubbio, nella nostra società siciliana.

In ricordo dell’amico nonchè collega di lavoro Paolo Borsellino, Ingroia ne racconta i lati più intimi e a discapito di chi lo disegnasse come un uomo privo di provare emozioni, Ingroia, lo racconta come un uomo che ad un certo punto della sua vita, iniziò ad avere consapevolezza di ciò che lo circondava e paura come un uomo fatto di emozioni che piano piano iniziava a modificare quella sua vita che sarebbe diventata bersaglio troppo facile.

Così Paolo inizia ad evitare tutte le situazioni di possibile pericolo, cercando di tutelare dalla sua ombra che si faceva incombente la meravigliosa e amata famiglia.
Si confida Ingroia, parla della magistratura, e di come questa negli anni si sia via via stritolata, perchè condiderata strumento di blocco al potere, per questo racconta, ad un certo punto al giudice Falcone si finì per affidargli solo i cosiddetti “processetti”; ma quando negli anni 90 un pezzo consistente della magistratura finì per appoggiare quelle piccole mosche bianche di Falcone e Borsellino lì, si iniziava a prevedere che forse un cambio generazionale stava per arrivare.

Perchè però la magistratura continua a chiudersi a riccio con la società che ha fame di giustizia e sapere? ovviamente il Procuratore Ingroia tenta di giustificare lo scopo dei magistrati, ritenendoli una casta sacerdotale, che vede i mediatici in malo modo, ciò dovrebbe invece essere scartato dal pensiero del magistrato, perchè esso opera dentro la società ed è con lei che deve stabilire una giusta relazione.

Parla molto di verità Ingroia, definendo il nostro un paese “machiavelliano” e confessando che sino a quando vaneggerà la mafia nel nostro paese, la magistratura non potrà mai agire con libertà e verità, invita dunque ad un paese unito sia in politica che in economia, perchè ciò che era possibile è già stato fatto da loro magistrati, compito adesso della politica capire e scoprire, ma soprattutto ci si chiede se davvero la verità è ciò che vogliamo sapere, se dopo tanti sacrifici umani, siamo davvero nella posizione di volere sapere.

La connivenza, i compromessi, le trattative di cui tanto si è parlato stanno distruggendo un paese che forse non ha nemmeno voglia di sapere, ma qui a Selinunte terra nativa dell’ultimo boss mafioso Matteo Messina Denaro, riuniti ad ascoltare siamo davvero sicur che ciò che vogliamo è sapere perchè Matteo Messina Denaro è ancora latitante? “Lui non è altro che una rotella dell’ingranaggio” continua Ingroia,” un ingranaggio molto più grande di quello che possiamo immaginare”, per questo il suo incarico in Guatemala, voglia essere un imput ad allargare la nostra voglia di sapere, oltreoceano, affinchè il sipario possa calare una volta per tutte.

Finisce così il suo intervento, lasciando chi lo ha ascoltato, con la rabbia di chi ha bisogno di capire se veramente, riusciremo alla fine di un percorso tanto pietroso a vedere il bagliore della speranza.