Dopo trent’anni di abusivismo si torna a parlare di Triscina (frazione di Castelvetrano) e di “riordino della zona costiera”.

Ma “riordino” non vuol dire “ripristino”, infatti nessuno ha mai avuto intenzione di restituire il maltolto all’ambiente demolendo le abitazioni insanabili che sorgono nella fascia dei 150 metri dalla battigia.
E la ragione è legata ad un numero: 800. Tante sarebbero le seconde case al mare che non hanno potuto beneficiare del condono del 1985 o di quello del 1994. Ipotizzando per difetto un interesse diretto di almeno tre adulti per casa, otteniamo un piccolo esercito di 2400 persone, in grado di fare la fortuna di quel politico che sposi la loro causa.

Nel corso degli anni la politica, che ben conosceva quel divieto assoluto di inedificabilità, non ha mosso un dito né per fermare lo scempio, né per rimediare con le demolizioni. Oltre alle case di chi ha risparmiato lavorando all’estero, sono spuntate anche quelle dell’avvocato, dell’architetto, del consigliere, dell’amico di quel sindaco o di quell’assessore.

Un po’ come i precari, gli abusivi di Triscina, ai quali sottovoce si è sempre promessa una soluzione al loro problema, hanno sempre sperato nel miracolo politico in grado di demolire il divieto di inedificabilità al posto delle case.

La gara di solidarietà da parte di tutta la classe politica locale non poteva che essere lanciatissima, anche se per aver permesso l’abusivismo era stato sufficiente girarsi dall’altra parte, ma per risolverlo ci vuole qualcosa di più e non lo si può certo fare in silenzio, tra quei pochi che contano in un territorio ristretto.

Qualche settimana fa il consiglio comunale non ha potuto fare altro che approvare un’azione di sensibilizzazione nei confronti della Regione Siciliana per il riordino della zona costiera. Tutti al fianco degli abusivi per “salvaguardare il costruito e regolamentare ciò che deve essere salvato”, ma anche per tutelare l’ambiente dalle demolizioni: “Dal punto di vista ambientale ci sarebbe un danno enorme – dice il consigliere Calcara (Api) – ci vorrebbero almeno cinquant’anni per garantire un equilibrio all’ecosistema, a parte lo smaltimento dei detriti”. Secondo Calcara occorrerebbe inoltre “salvaguardare un patrimonio edilizio che c’è e non può essere disperso”, intervenendo “in difesa del nostro territorio”.

C’è chi invece pensa, come Salvatore Vaccarino, che almeno Triscina non ha il problema della costruzione selvaggia pericolosa come quei paesi del messinese e del catanese che si stanno sgretolando. Insomma: selvaggia si, ma non pericolosa.
Posizioni che rischiano di sfiorare il paradosso, ma che si moltiplicano a ruota sotto le orecchie attente dei proprietari di case con la matita copiativa puntata.

Ma il sindaco Pompeo va oltre: sa benissimo che ormai lo spauracchio dell’abbattimento è sparito e parla del progetto di Società di Trasformazione Urbana (STU), in grado di “poter affrontare la tematica e risolvere alcuni casi, pur in assenza di una legge regionale”. “Uno strumento che – secondo Pompeo – può operare a favore di quegli aspetti urbanistici che possono essere vietati per legge, anche l’inedificabilità assoluta”.

A spiegare come, è lo stesso primo cittadino: “Ovviamente ci vuole l’intervento dei privati, per fare i piani di recupero ci vogliono soldi e oggi la Pubblica Amministrazione non è in grado di affrontare questa problematica e di investire una miriade di miliardi di euro. Per i privati invece può essere appetibile vista la volumetria esistente e il privilegio di avere le case a pochi metri dal mare”.

In poche parole le case da abbattere potrebbero trasformarsi in strutture alberghiere e di servizi: più mattoni e più cemento.
E gli ambientalisti? Nessun problema: “La STU è stata concertata con Legambiente e altre associazioni ambientaliste – afferma Pompeo – che talvolta inficiano e rendono vani gli interventi di carattere politico, visto che di fronte agli ambientalisti di solito i politici si fermano perché magari hanno la coscienza sporca e non vogliono andare avanti”.

Però qui per andare avanti ci vogliono anche i soldi: tanti e privati.
Una sfida ardua in un territorio dove molti imprenditori, in assenza di contributi pubblici, potrebbero occuparsi solo dell’orto di casa. Non ci sono però solo gli imprenditori locali, soprattutto se “l’incontaminata bellezza” di Triscina promettesse un turismo balneare di massa e tanti utili per gli investitori privati. E gli investitori privati potrebbero essere anche gli attuali proprietari delle case.

Tutti salvi allora? Ma neanche per sogno: alcune case farebbero parte di moderne strutture ricettive, altre dovrebbero essere abbattute proprio dallo stesso piano di recupero e non sarebbe nemmeno necessario l’esproprio, basterebbe dare avvio ad una ordinanza di demolizione.
Intanto, al di là del successo risolutivo della STU, i proprietari di quelle case non potranno certo dire di trovarsi di fronte alle solite promesse. Queste sembrano davvero insolite.

Egidio Morici
per L’isola del 10/12/2010